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Quando brucia la Città dei sogni

È tanto che manco da questo blog. Più volte negli ultimi mesi mi sono ripromessa di scrivere un post ma i ritmi di lavoro non mi lasciavano pace. Oggi ricomincio con una notizia che non avrei mai voluto dare e che non si può non commentare.

Ieri notte, a Bagnoli, è andato a fuoco un sogno. Un sogno tenace, ostinato, creativo, innovativo, a volte inquieto, ma sempre bellissimo. È bruciata Città della Scienza di Napoli.

Difficile spiegare davvero la sua magia a chi non la ha mai vista. Io ci sono stata molte volte. Di solito prendevo il treno da Roma e scendevo a Campi Flegrei. Poi un breve tragitto in taxi, giusto il tempo per toccare con mano il degrado che si può raggiungere nel nostro Paese. Strade dissestate, edifici tirati su senza grazia né regole e spesso, qua e là, enormi mucchi di spazzatura abbandonata. Poi l’arrivo a Città della Scienza: un sogno nato dal cuore e dalla mente del fisico Vittorio Silvestrini e delle centinaia di persone che vi hanno lavorato a partire dalla fine degli anni ottanta. Entrando nelle “mura” di Città della Scienza si rimaneva subito incantati dall’eleganza dei vecchi edifici industriali di Bagnoli splendidamente ristrutturati per ospitare gli spazi espositivi. E lasciavano senza fiato le gigantesche vetrate dietro alle quali luccicava il mare di Napoli. Un gioiello incastonato nella desolazione, come per altri versi sono gli scavi di Ercolano che si trovano poco distante.

Città della Scienza è e resta nonostante tutto la prova di quello che è possibile fare in Italia. Ho letto sui giornali che era stata costruita su modello de La Villette, a Parigi. Non è vero. Città della Scienza aveva scopi analoghi a quelli de La Villette, ma non modelli: era una struttura originale con un ruolo unico. Non a caso l’avevamo scelta alcuni anni fa come luogo da cui fondare MASAD, una associazione che si propone di incoraggiare il dialogo su temi scientifici fra le due sponde del Mediterraneo, nella convinzione che la scienza è un linguaggio di pace su cui tutti possono confrontarsi, al di là di religioni e ideologie. Al momento della fondazione di MASAD, Città della Scienza aveva già una forte tradizione come creatrice di dialogo. Fra l’altro aveva avuto un ruolo cruciale in una mostra sulla matematica creata in collaborazione fra israeliani e palestinesi. Milioni di visitatori hanno conosciuto la scienza nella sue sale, facendo funzionare strumenti meccanici, giocando con i fluidi o con l’ottica. Le mostre temporanee hanno reso accessibile la ricerca di frontiera, nelle sale per le conferenze si sono succeduti scienziati di primissimo piano. E poi qui sono nati innumerevoli progetti, collaborazioni internazionali, discussioni fra esperti di tutto il mondo sul ruolo della scienza nella società.

Naturalmente, non mancavano le ombre. Come molte istituzioni culturali del nostro sfortunatissimo Paese, anche Città della Scienza funzionava (bene) grazie allo sforzo eroico di chi la mandava avanti: un “esercito di gatti”, anche questo un fenomeno tipicamente italiano. Cioè persone intellettualmente autonome, poco inclini a considerare il lavoro come routine, neppure se si svolge dietro un scrivania sistemata in un ufficio.  Persone preparatissime e motivate, ognuna di grande creatività che davano tutto il possibile, senza avere in cambio neppure la certezza di uno stipendio.

L’emergenza era quotidiana. La Villette, il “modello” come hanno detto i giornali, riceve ogni anno un centinaio di milioni di euro di finanziamento. Il Deutsches Museum di Monaco (un altro “modello”) oltre ad analoghi finanziamenti ha recentemente ricevuto un “extra” di 400 milioni di euro per rinnovarsi. Il direttore della struttura tedesca mi spiegò a suo tempo che in tempi di crisi in Germania si era deciso di risparmiare su tutto tranne che sulla cultura, perché solo la cultura (sia classica che scientifica, se questa divisione ha mai avuto un senso) può consentire di uscire dall’emergenza.. Invece a Napoli, come in altri analoghi musei d’Italia, si lottava e si lotta ogni giorno per cifre centinaia di volte inferiori. Nel nostro Paese, abbiamo una capacità straordinaria di fare le nozze con i fichi secchi.

Non tutto però è andato bruciato ieri notte. Il patrimonio più prezioso di Città della Scienza non è infiammabile e ancora una volta consiste nelle capacità professionali che sono state formate in questi anni. Persone che possono ricostruire ciò che è andato perduto. Perché, come ci insegnano le foreste più antiche, un incendio è anche una opportunità di rinascita. Bisogna però che questa volta i fondi arrivino, e adeguati.

Le urne ci hanno recentemente detto che almeno un quarto di italiani crede ancora una volta in un sogno: quello della democrazia dal basso. Un sogno al quale per ora sembra mancare la concretezza che è essenziale per “fare”. Il problema è che come si è sentito spesso ripetere negli incontri a Città della Scienza, essere cittadini responsabili e in grado di prendere decisioni è faticoso. Per riuscirci bisogna essere informati e conoscere. Per questo negli anni a Bagnoli si erano tenuti innumerevoli dibattiti su temi spinosi come bioetica, staminali, sperimentazione animale, cambiamenti climatici. Mai con lo scopo di convincere, ma sempre con quello di confrontarsi. È qualcosa che non possiamo permetterci di lasciare andare in fumo.