Sbronza da Higgs

Sono astemia, ma credo di avere tutti i sintomi del dopo una ubriacatura. Non mi emoziono facilmente per un evento scientifico, noi giornalisti abbiamo il privilegio di arrivare al momento migliore, quando il ricercatore ha qualcosa di interessante in mano. Per lui magari è il culmine di una carriera, per noi una delle tante belle notizie da raccontare ai lettori. Ma ieri, alla fine del seminario dove è stata presentata la scoperta di una nuova particella che sembra proprio essere il bosone di Higgs,  quando tutti si sono alzati in piedi per un lunghissimo applauso, anch’io ho faticato a non commuovermi. E poi, ho avuto una enorme soddisfazione personale: assieme a Olivier Dessinbourg della rivista svizzera Le Temps, sono stata l’unica a ottenere una intervista da Peter Higgs, pubblicata su La Stampa. E una esclusiva così no che non mi capita tutti i giorni.

Di fuori copione, questa volta non mi resta molto. Ho scritto un numero ormai imprecisato di articoli, esplorando previsioni, annuncio e scoperta. Sto cercando di metterli sulla pagina “notizie” e sulla pagina “radio” di questo blog (nel caso qualcuno fosse interessato). Mi restano però alcune impressioni, che non ho ancora raccontato.

La prima, riguarda il lato emotivo e mediatico dell’annuncio. Questa è il primo grande annuncio scientifico dell’epoca 2.0.. Altrove lo ho paragonato alla conferenza stampa con la quale nel 2000 venne comunicata la fine del sequenziamento del genoma umano. Infatti come quello storico evento anche questo, a mio avviso, più che chiudere una strada ne apre un’altra. Ma da altri punti di vista, il paragone non regge. Nel 2000 le televisioni di tutto il mondo trasmisero una comunicazione diretta al pubblico, mentre la parte tecnica si era svolta in seno alla comunità dei ricercatori. Ieri invece è stata la vicenda scientifica ad essere sotto gli occhi di tutti. In ogni angolo del pianeta, i fisici erano connessi via web e sempre via web comunicavano fra di loro tempo reale. Sembrava quasi di sentire pulsare la Rete. E connessi non c’erano solo i fisici, ma anche giornalisti e tramite loro un pubblico smisurato. Non appena gli accordi con l’Ufficio Stampa del Cern lo hanno permesso, al termine dell’intervento del primo oratore del seminario, gli articoli hanno cominciato a spuntare in rete come funghi. Prima e dopo, è stato tutto un frenetico aggiornare il profilo di Facebook e twittare: “Inizia il saluto del direttore generale”, “Anche a Melbourne hanno il fiato sospeso”, “CMS ha un picco a 125,3”, “Ci siamo”. E questo in tutte le lingue del mondo. Mai un evento scientifico era stato così corale. Le notizie dal mondo della ricerca hanno dimostrato una incredibile capacità di creare aggregazione. Forse solo i grandi eventi di politica e di sport hanno un potere analogo, o no?

C’è un altro punto che voglio toccare, ma prima consentitemi un piccolo intermezzo da salotto. Avete visto chi c’era nell’auditorium principale del Cern, quello dove si è tenuta la presentazione? Le prime file erano state risercate per i vip: i grandi padri della fisica, i dirigenti del Cern attuali e passati (almeno quelli che hanno avuto un ruolo importante nella costruzione di LHC), le persone più in vista degli esperimenti. E poi, più indietro, l’aula era gremita di giovanissimi. Molti erano “summer students”, ragazzi non ancora laureati capitati al Cern per uno stage estivo. La selezione era stata fatta in base al prestigio per le prime file, e alla forza fisica e all’entusiasmo per le altre. Per accedere a quei posti infatti i “fortunati” comuni mortali si erano messi in fila dalla sera prima, come per un concerto rock. Molti di loro non hanno ancora gli strumenti culturali per comprendere davvero ciò che è stato detto nel seminario, ma hanno voluto esserci. Non so se sia solo un effetto dell’entusiasmo o anche un po’ del voler poter dire “io c’ero”. Il risultato è stato che i fisici, la vera forza lavoro dietro l’annuncio della scoperta del bosone di Higgs e allo studio delle sue implicazioni, il seminario se lo sono dovuto seguire dagli schermi piazzati in varie aule. Non so se sia stato un bene o un male, dico solo che è stato così.

Torniamo a cose più sostanziose. La mia percezione è che dopo l’annuncio di ieri i fisici siano divisi in due “partiti”. Da un lato i fisici sperimentali che sprizzano entusiasmo ma che insistono: ci vogliono ancora nuovi dati per stabilire se la particella appena scoperta è proprio il bosone di Higgs. E dall’altro i fisici teorici, che in fondo già a dicembre erano certi che il bosone di Higgs fosse stato scoperto e che a maggior ragione lo sono ora, ma che appaiono decisamente meno euforici. Il fatto è che questa particella è dannatamente prevedibile, anzi, per essere più precisi, è dannatamente simile a come era stata prevista. E questo, dal punto di vista di un teorico, non apre nuovi orizzonti. Non resta che aspettare di conoscere meglio la nuova arrivata e sperare che prima o poi sappia sorprendere.

Nel frattempo, secondo voi, quando passano i sintomi di una sbornia da Higgs?

P.S.: Ieri dopo il seminario l’auditorium del Cern è rimasto aperto per tutto il giorno. Molti passavano,e scattavano una foto alla sala. Era vuota, c’erano solo due signori che per molte ore si sono dedicati a riparare dei sedili. Mi sono parsi l’emblema della felicità della giornata, come se la struttura avesse vacillato sotto i salti di gioia dei fisici.

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Uffici stampa: i problemi sotto lo scandalo

Negli ultimi giorni nella nostra comunità di giornalisti scientifici c’è stata una bollente discussione sulla comunicazione istituzionale: quella comunicazione scientifica che viene condotta da grandi enti di ricerca (INGV, CNR, INFN, eccetera). Lo spunto è stato ovviamente la vicenda che ha riguardato l’Ufficio Stampa dell’INGV, sulla quale non vorrei ritornare ma che ha portato alla ribalta molte questioni che non toccano solo le modalità di arruolamento di chi fa comunicazione.

La comunicazione istituzionale ha un ruolo cruciale e delicato e ci sono aspetti critici sia nell’uso che i media fanno delle sue informazioni, sia nel modo in cui vengono prodotte.

Cominciamo dai problemi che riguardano i media.

La definizione dello scopo di un Ufficio Stampa potrebbe essere argomento di un altro post, e quindi qui la faccio breve e adotto una visione ipersemplificata e molto parziale, secondo la quale compito degli Uffici Stampa è aiutare i giornalisti a fare al meglio il loro lavoro, fornendo informazioni corrette (tramite comunicati ma non solo) e mettendoli all’occorrenza in contatto con gli scienziati.

Negli ultimi anni, gli Uffici Stampa si sono visti aprire orizzonti e possibilità inaspettate. La crisi infatti ha indotto le redazioni di tutto il mondo a risparmiare il più possibile: ci sono sempre meno giornalisti scientifici assunti dedicati alla scienza e sempre più free lance mal pagati che non possono permettersi di condurre una inchiesta seria. Se un articolo viene compensato con una manciata di euro o di dollari, per riuscire a sopravvivere bisogna sfornarne a macchinetta, dedicando a ciascuno solo il minimo tempo necessario. Per questo capita sempre più spesso di leggere pezzi che sono parafrasi di comunicati stampa. Dal punto di vista delle istituzioni scientifiche più abili questo fatto rappresenta una opportunità straordinaria per far passare la loro comunicazione. È il caso di quella macchina da guerra che è la AAAS (American Association for the Advancement of Science): si deve molto alla sua attività se i media di tutto il mondo tendono a dare alla scienza americana una visibilità che spesso non corrisponde al suo peso.

Tutto ciò preoccupa molto noi giornalisti scientifici e dal punto di vista del lettore è un disastro, perché lo priva di quell’informazione oggettiva che solo giornalisti indipendenti possono produrre. Anche nella scienza esistono controversie e aspetti delicati (ad esempio la questione della SuperB, di cui mi sono occupata nel post precedente) e limitarsi a riprendere le notizie ufficiali è un po’ come affidare la pagina di critica cinematografica alle grandi case produttrici. Fino a poco tempo fa, ero convinta che una soluzione del problema fosse in siti tipo spot.us. Si tratta sostanzialmente di siti nei quali è possibile proporre una inchiesta specificando i costi per svolgerla: i lettori eventualmente interessati possono contribuire con un piccolo o piccolissimo versamento, e se si raggiunge la cifra necessaria il giornalista fa l’inchiesta. Dicevo che fino a poco tempo fa mi sembrava una eccellente soluzione: così il giornalista deve rendere conto solo ai suoi lettori e la qualità dell’informazione dovrebbe essere garantita. La recente esperienza a proposito del mio articolo sulla sperimentazione animale mi ha però mostrato il problema insito in questo meccanismo, mettendo in evidenza come per gruppi organizzati (i Partiti Animalisti ad esempio) e lobby varie sarebbe fin troppo facile indire una colletta, con il risultato che ancora una volta lettori inconsapevoli si troverebbero a leggere informazioni di parte senza saperlo (lo so, probabilmente ho dato una idea a qualcuno). Insomma, temo che la debole garanzia offerta da una testata che deve e vuole tutelare la propria credibilità sia ancora insostituibile .

Fine della discussione dei problemi dei media verso gli uffici stampa. Parliamo ora del problema degli uffici comunicazione verso il pubblico.

Ci sarebbe molto da dire, ma c’è un aspetto su cui mi voglio concentrare. Intanto specifico che qui parlo di uffici comunicazione, cioè quelle strutture che oltre a svolgere un ruolo di ufficio stampa fanno anche altro, tipo curare le pubblicazioni divulgative verso il grande pubblico, organizzare mostre, partecipare a festival della scienza eccetera. Ad esempio per l’INFN io avevo a suo tempo messo su proprio un ufficio comunicazione, e non solo un ufficio stampa.

Queste attività generali sono ovviamente condotte con denaro pubblico, e sono potenzialmente molto importanti. Hanno però a mio avviso un problema: la parola finale sulla loro approvazione  e finanziamento viene spesso detta da scienziati; e quello che piace a uno scienziato, non sempre viene gradito dal grande pubblico. Avrei moltissimi esempi di costosissimi fallimenti (non solo in Italia, tutto ciò che dico in questo post vale abbastanza per tutto il mondo), ma evito di sparare sulla Croce Rossa. La scarsa capacità di molti scienziati di valutare la qualità della comunicazione ha anche a che fare con come le persone vengono scelte per farla, spesso seguendo criteri poco chiari e selezioni traballanti, sottovalutando ampiamente l’importanza del campo. In questo senso il caso dell’INGV non è poi tanto anomalo e non si sarebbe posto se ci fossero state procedure più normali di assunzione (mi stupisce molto che il dibattito di questi giorni si sia morbosamente concentrato sugli aspetti scollacciati senza porsi questo problema di fondo). Il fatto che la comunicazione istituzionale sia poco efficiente, è fonte di un spreco incredibile, non solo di soldi ma soprattutto di opportunità. Lo spreco era molto visibile soprattutto qualche anno fa, quando la crisi aveva già costretto al risparmio strutture indipendenti come i musei della scienza, mentre gli enti potevano ancora permettersi investimenti notevoli. Ora anche gli enti hanno molto stretto i cordoni della borsa, ma il problema in parte permane. La soluzione non è facile. Personalmente già quando ero all’INFN mi ero posta questo problema, proponendo che gli enti di ricerca adottino per le loro attività di divulgazione procedure di peer review serie, analoghe a quelle in uso per le ricerche scientifiche. Sulla questione con il collega Sergio Pistoi avevamo anche scritto un articolo sulla rivista Analysis . Non ripeto qui i punti espressi nell’articolo. Con la comunità internazionale di comunicatori  raccolta sotto Interactions si era provato a realizzare una valutazione con esiti disastrosi purtroppo. Per ora mi fermo qui, ma se il tema interessa ci torno volentieri.

P.S.: Lo so, in questi giorni la notizia bollente è l’imminente annuncio riguardo alla ricerca del bosone di Higgs al Cern, ed è di quello che dovrei parlare … appena riesco a ritagliarmi un altro momento lo farò.

E la SuperB chiude il cerchio?

Alcuni giorni fa ho ricevuto un comunicato stampa dal CabibboLab, la grande infrastruttura di ricerca che dovrebbe traghettare verso il futuro la fisica italiana.

Il comunicato si chiama “Un Super Laser per SuperB” e lo trovate sul sito dell’INFN, fra i comunicati emessi il 19 amaggio, e anche sul sito del CabibboLab.

Il comunicato recita “Il progetto dell’acceleratore SuperB, che sarà realizzato entro cinque anni nell’area di Tor Vergata, si arricchisce di un competitivo FEL (Free Electron Laser). Le caratteristiche uniche della luce del FEL di SuperB potranno servire obiettivi di fisica della materia, biologia e medicina, in sinergia con gli obiettivi di fisica fondamentale di SuperB, senza compromettere le prestazioni dell’acceleratore”. E più sotto: “Questa idea nasce dalla volontà di allargare l’offerta scientifica del CabibboLab”

Fulminante il commento di una fisica incontrata al Cern: “Allargare l’offerta? Come se per allargare l’offerta sulla tratta Milano-Roma, Trenitalia aggiungesse una stazione a Bangkok”. In realtà Bangkok come vedremo, male che vada non è mica un brutto posto per fermarsi …

Andiamo con ordine.

Da molti anni (io ne sento parlare dal 2002) nell’area di Tor Vergata è in progetto un Free Electron Laser, una sorta di apparato che consente di ottenere immagini a raggi X di estrema precisione. L’oggetto sarebbe stato il risultato di una collaborazione fra l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare ed altri enti, fra i quali il Laboratorio Desy di Amburgo.

In sintesi, un Free Electron Laser funziona come segue. In primo luogo un acceleratore di particelle porta un fascio di elettroni a una specifica energia, e poi gli elettroni vengono spinti a seguire un percorso non diritto, deviandoli grazie a dei magneti. Curvando gli elettroni perdono energia sotto forma di raggi X, proprio quelli che occorrono per ottenere le avanzate “radiografie” di cui parlavo.

E la SuperB? Si tratta di un progetto nato nel 2007 all’interno dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Come avevo scritto a suo tempo su Newton, l’Istituto rappresenta da anni la comunità scientifica più rampante di cui l’Italia disponga: una comunità dotata di quattro grandi Laboratori, con un ruolo di primo piano al Cern di Ginevra e abituata a gestire in tutto il mondo collaborazioni internazionali di massimo livello. Ma ciò nonostante una comunità che si sente in crisi. Un po’ perché i grandi esperimenti al Cern spostano su Ginevra i riflettori di questo tipo di ricerca in fisica, lasciando parzialmente in ombra i laboratori italiani. Un po’ perché nel nostro Paese tutta la ricerca langue, e se un edificio scolastico va in pezzi anche i primi della classe ne soffrono.

L’idea quindi era di dare un futuro alla fisica Italiana dotando il nostro Paese di un grande laboratorio, su modello del Cern, con dentro un acceleratore di particelle d’avanguardia, la SuperB. La proposta non era priva di buone ragioni, ma da subito ha trovato molta opposizione fra gli stessi fisici. I motivi erano diversi, ad esempio molti non ritenevano che la SuperB potesse portare a scoperte veramente importanti, anche tenendo conto che non sarà affatto uno strumento unico al mondo. I giapponesi hanno in progetto una macchina analoga, e sono ben presto andati più avanti nei lavori. Altri pensavano fosse nocivo iniziare un gande progetto dall’esito incerto, che però avrebbe senza dubbio tolto risorse a quelli in corso.

Anche l’appoggio internazionale ha cominciato presto a vacillare: tedeschi e americani si sono sottratti e gli unici veri alleati sembravano essere i francesi.

Ciò nonostante, la SuperB è entrata fra i progetti bandiera approvati sotto il Ministro Gelmini, come annunciato dall’INFN il 4 gennaio 2011.

Come conseguenza di questa scelta, inizialmente arrivano 19 milioni di euro, che negli anni sarebbero dovuti arrivare a 240 (cito a memoria). Peccato che la SuperB abbia un costo stimato dai 600 agli 800 milioni di euro … Il resto quindi dovrebbe essere coperto da altre istituzioni.  Per ora la sorgente di questi soldi mi sembra restare vaga, ma dovrà pur essere stata concordata visto che il comunicato dice che la SuperB  sarà realizzato entro cinque anni, che dati i tempi di questi progetti vuol dire davvero “domani”.

Tanto per cominciare comunque viene costituito il CabibboLab, che prende il nome da uno dei più illustri fisici italiani. L’INFN ne annuncia la nascita il 7 ottobre 2011.

E il Free Electron Laser? Il progetto originale negli anni si è dileguato, anche (qualcuno dice “solo”) a causa dell’arrivo dell’ingombrate SuperB.

Ora però il CabibboLab annuncia di “allargare la sua offerta scientifica” con quello che sembra essere un nuovo Free Electron Laser.

Non sarà che alla fine ci troveremo solo il Free Electron Laser, senza SuperB? E non sarà che alla fine il cambiamento più sostanziale rispetto a come sarebbe evoluto il piano del 2002 sarà stato la costituzione del CabibboLab?

Per chi volesse saperne di più, consiglio il Blog IoNonFaccioNiente.

La cavia e la vita

Sul numero di ieri di Panorama è uscito un mio articolo dal titolo “O la cavia o la vita”. Purtroppo non posso linkare l’articolo perché il giornale non lo ha reso disponibile in rete, ma basta farsi un giro in internet per capire le reazioni che ha suscitato (forse anche perché essendo richiamato in prima pagina era molto visibile).

Devo quindi provare a rispondere ad alcune delle questioni sollevate. Cercherò di essere sintetica ma i punti sono molti. Dunque alcuni lettori dicono:

1) L’articolo è a favore della vivisezione. Ho l’impressione che moltissimi l’articolo non lo abbiano proprio letto. Comunque non era, o almeno non voleva essere, né a favore nè contro la sperimentazione sugli animali. Nell’articolo ho cercato di rispondere alla domanda: a cosa serve la sperimentazione sugli animali e cosa accadrebbe se la si sospendesse. Insomma, ho cercato di capire se la sperimentazione animale è utile. Se sia giusta o meno è una questione diversa, di cui la società civile deve dibattere. Ma a mio avviso per dibattere e per prendere poi delle decisioni responsabili (direi “adulte”) si devono conoscere i fatti che ho tentato di esporre. Purtroppo abbiamo tutti un problema con la tecnologia: ne vogliamo i benefici, ma rifiutiamo la responsabilità delle sue sgradevolissime implicazioni. Vogliamo l’energia pulita, ma non l’eolico che è brutto e con le sue pale ammazza gli uccelli. Vogliamo cibo abbondante ed economico per tutti, ma non gli ignobili pesticidi che servono per coltivarlo. Vogliamo una medicina che ci curi, ma non che venga versato il sangue delle cavie. Io credo nella scienza, e penso che in futuro potremo forse risolvere i nostri problemi energetici, coltivare in modo più ecocompatibile, e fare a meno delle cavie. Ma dobbiamo lavorare molto per arrivare a questi obiettivi, e comunque al momento non sono in vista. Quindi, al momento, dobbiamo affrontare la realtà. Ma qualcuno dice che la realtà non è quella che ho descritto, ed ecco il punto successivo.

2) La sperimentazione sugli animali è inutile e può essere sostituita da test in vitro. Nell’articolo gli esperti che ho intervistato sostengono che allo stato attuale non esistono mezzi per sostituire COMPLETAMENTE la sperimentazione sugli animali. Dunque, se rinunciassimo del tutto alla sperimentazione sugli animali, dovremmo anche rinunciare a nuovi farmaci. I lettori dicono che è falso, che potremmo avere ugualmente i farmaci che ci occorrono, sperimentando su cellule in vitro (molti dicono sulle staminali). Anche a me piacerebbe moltissimo che fosse così, e anzi, sono convinta che la medicina arriverà al punto in cui potrà fare a meno degli animali. Personalmente, non vedo l’ora. Però per ora non è così, stando a quanto dicono tutti gli articoli scientifici. Un collega mi ha segnalato questo articolo di The Lancet, una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo. Purtroppo è in inglese, come tutte le riviste scientifiche, ma sarebbe utile leggerlo perché fa un po’ il punto. Tra le altre cose gli autori scrivono: “A nessuno è permesso usare animali dove esistono alternative percorribili” (Nobody is permitted to use animals where there is a viable alternative). E scrivono anche: “L’agenzia che regola i prodotti medicinali e di salute nel Regno Unito ha sostenuto che i test senza animali siano usati ovunque è possibile, ma aggiunge che a oggi non ci sono metodi di laboratorio per sostituire completamente la sperimentazione sugli animali” (The UK’s Medicines and Healthcare Products Regulatory Agency has acknowledged that non-animal testing is used wherever possible, but adds that “at present there are no laboratory methods available to totally replace animal testing of medicines). L’articolo fa riferimento al Regno Unito (UK), ma anche da noi le regole impongono che nessuna sperimentazione sugli animali possa essere condotta a meno che i ricercatori non dimostrino che non esistono alternative. Ma perché i farmaci non possono essere totalmente sperimentati in vitro? Perché, dicono i ricercatori, una cosa è capire l’effetto di una molecola su un mucchietto di cellule, e ben altra è capire come si comporta all’interno di un corpo. Gli organi sono strutture complesse, e possono metabolizzare, cioè assorbire, le molecole che usiamo come farmaco in modo molto diverso. Questo fatto comporta molte cose, ad esempio per quel che riguarda la tossicità: un candidato farmaco può essere del tutto innocuo in vitro, ma fare un sacco di danni dentro un organismo. Possiamo immaginare il candidato farmaco come un chiodo: può avere un effetto totalmente diverso se viene appoggiato su un pezzo di ferro o se viene gettato negli ingranaggi di un motore che funziona a pieno ritmo. Questo almeno è quello che ci dicono i ricercatori. Ma l’obiezione successiva mette in dubbio proprio la loro buona fede.

3) I ricercatori mentono perché vengono pagati dalle multinazionali. Le multinazionali e le industrie possono essere accusate di diverse nefandezze, ma qui si sta sostenendo che sono autolesioniste. Scusate, ma lo scopo di una casa farmaceutica è di vendere un farmaco, giusto? E allora, se esistessero alternative alla sperimentazione sugli animali, perché si dovrebbero sobbarcare spese enormi (la sperimentazione sugli animali costa molto di più di quella in vitro, e poi ci sarebbero migliaia di ricercatori “di base” da corrompere)? solo per il gusto di torturare degli esseri viventi? Inoltre questa tesi presume che tutta, ma proprio tutta, la comunità scientifica sia composta da individui crudeli e privi di scrupoli. Io sarò ingenua, ma di ricercatori ne ho conosciuti tanti, e nessuno mi è sembrato un mostro sadico. Sono stata anche accusata di avere intervistato solo persone di parte. Ma se devo capire come funziona la ricerca su un farmaco devo andare alla fonte, cioè chiedere a chi i farmaci li studia. Loro mi raccontano dei fatti, io li riferisco, e poi ciascuno tira le somme in base anche alla sua coscienza.

4) La ricerca sugli animali non fornisce risultati certi, al punto che la stragrande maggioranza dei farmaci che inizialmente sembrano promettenti si rivelano poi non adatti all’uomo. Questo è assolutamente vero. Gli animali non sono esseri umani, e quindi ciò che funziona su di loro può non funzionare su di noi. Però i test sugli animali danno delle indicazioni di massima importantissime, soprattutto per ridurre al minimo il rischio di nuocere agli esseri umani che per primi proveranno il nuovo farmaco. Ad esempio un ricercatore che non ho citato mi diceva che quando si inizia la sperimentazione su esseri umani, si incomincia somministrando al paziente un decimo della dose che si è rivelata non tossica sugli animali. La medicina non è una scienza esatta e procede per tentativi ed errori. Purtroppo non abbiamo strategie migliori, al momento. A meno di non prendere atto della situazione e decidere che comunque il sacrificio degli animali non è sopportabile.

5) La gran parte degli animali viene vivisezionata per scopi non medici Nel mio articolo ho cercato di spiegare perché gli animali vengono usati nella ricerca biomedica, e cosa succederebbe nel caso decidessimo di farne a meno, quindi mi riferivo solo agli esperimenti a scopo medico. Comunque il Ministero della Salute tiene un registro di tutti gli animali utilizzati in Italia per la sperimentazione, e trovate qui le tabelle più aggiornate. Nella tabella 2.1 si spiega in che tipo di sperimentazioni vengono coinvolti gli animali. A parte le sperimentazioni volte a mettere a punto farmaci per uso veterinario, mi pare che tutto il resto sia sostanzialmente riconducibile a usi medici per umani (o di ricerca di base, che però è essenziale alla medicina). Qualcuno è preoccupato per l’uso di animali nella produzione dei cosmetici: sempre su Panorama si può leggere che questo uso è attualmente fortemente limitato e prestissimo sarà del tutto proibito, credo con sollievo di tutti.

6) Accetto la sperimentazione animale ma non su cani, gatti e cavalli Questa è una posizione che non tutti condividono, ma che come le altre merita rispetto perché esprime una sensibilità. La stragrande maggioranza della sperimentazione animale utilizza i topi e solo in fasi più avanzate prevede gli animali che amiamo di più. Possiamo immaginare di fare a meno di certe specie (nel caso includerei sicuramente le scimmie). È possibile che in certi casi possano essere sostituite da altre, magari allungando i tempi e aumentando i costi. In altri casi probabilmente non potrebbero essere sostituite, e quindi al solito ci troveremmo di fronte all’alternativa o di rinunciare al farmaco o di accettare un rischio molto alto per gli esseri umani che per primi lo proveranno. Fra i vari messaggi, c’era anche qualcuno che suggeriva di sostituire gli animali che vogliamo salvare con carcerati per crimini gravi che in cambio potrebbero godere di sostanziosi sconti di pena. Era una provocazione, spero.

7) Non accetto nessuna forma di sperimentazione animale, neppure sui topi. Anche questa è una posizione assolutamente rispettabile. Me ne ha scritto fra gli altri un animalista vegetariano che probabilmente fa anche a meno dei farmaci proprio perché non vuole utilizzare qualcosa di testato sugli animali. Questa persona è estremamente coerente e ha tutto il mio rispetto. Un ricercatore però mi ricordava che nelle cantine muoiono molti più topi di quanti ne vengano utilizzati nella ricerca, fra gli atroci tormenti causati dal veleno. Se decideremo di non utilizzare più i topi per la ricerca, dovremo anche mobilitarci per la messa al bando dei topicidi.

8) Lei ha scritto queste cose perché è stata pagata dalle multinazionali. Vi garantisco che non è così, ed escludo anche di essere stata compensata in qualsiasi modo a mia insaputa: appartengo a quella stragrande maggioranza degli italiani che conosce personalmente ogni singolo euro che entra o esce dalle sue tasche, e se ci fossero stati movimenti insoliti me ne sarei accorta. Del resto, anch’io potrei sospettare che le molte voci che hanno scritto esprimendo dissenso siano pilotate dalla lobby dei produttori di attrezzature per test in vitro. Ma non lo faccio: resto totalmente convinta della buona fede dei miei lettori.

9) Non compreremo mai più Panorama. Beh, ognuno è libero di scegliere cosa leggere. Però ultimamente abbiamo tutti la tendenza a seguire solo i mezzi di informazione che dicono le cose con cui siamo d’accordo. Ma i mezzi di informazione, non dovrebbero avere il coraggio di trattare temi controversi e voci discordanti, purché le fonti siano sempre dichiarate e trasparenti? E se leggiamo solo quelli che sappiamo già essere d’accordo con noi, non rischiamo di chiudere un po’ i nostri orizzonti?

Mi scuso con i lettori, ma non credo che continuerò la discussione su questo blog, Non voglio sottrarmi al dibattito, ma penso che in caso il posto giusto per farlo sia il giornale. Spero solo che la discussione possa essere pacata. Qualcuno mi ha detto che avrei dovuto scrivere sotto pseudonimo. Ma scherziamo? Non sono mica un blogger dissidente che in Iran si oppone ad Mahmud Ahmedinejad! 

Perché Opera ha preso una stecca

Siamo, si spera, all’epilogo della vicenda dei neutrini più veloci della luce, ed è inevitabile pensare a come questa storia è stata raccontata. Ho cominciato a scriverne qui, per La stampa, e qui, per Panorama.

Ma ci sono altre considerazioni che vorrei fare.

In primo luogo, con il senno di poi (che è una scienza esatta, come mi ha ricordato un amico fisico) è stato giusto dare questa notizia sui giornali?

A mio avviso è stato in primo luogo inevitabile. Come accennavo su La Stampa, ormai il pubblico non è interessato solo al risultato scientifico, ma anche al modo in cui viene prodotto. E di conseguenza non poteva passare sotto silenzio un dibattito su un tema così importante come “la possibile scoperta che mette in crisi la Teoria della Relatività”.

Più interessante secondo me è discutere cosa ha innescato il dibattito: personalmente non ho dubbi che sia stato il seminario scientifico in cui i ricercatori di Opera hanno presentato i loro risultati ai colleghi. Il seminario si è svolto al Cern, un laboratorio particolarmente seguito dai media e che da alcuni anni ha scelto la massima trasparenza verso l’esterno. Questo naturalmente ha facilitato la “visibilità” dell’evento, ma comunque non era pensabile che i giornalisti non si accorgessero di esso.

Allora nulla avrebbe potuto fermare la valanga mediatica che si è scatenata, culminando in titoli catastrofici per l’immagine di Opera del tipo “Si dimette il fisico del flop”?.

Sempre con il senno del poi, a me sembra evidente che a non dovere essere fatto era proprio il seminario diretto ai colleghi che ha avuto luogo al Cern.

Oggi la gran parte dei laboratori tende ad essere il più possibile aperta verso l’esterno ma, forse per reazione, le collaborazioni scientifiche e gli esperimenti sono diventate cautissime. Ad esempio Atlas e CMS stroncano quasi con ferocia e sul nascere ogni illazione su possibili progressi nella ricerca del bosone di Higgs : anche il famoso “annuncio di non scoperta del bosone” avvenuto a dicembre era frutto di una lunga meditazione (nonostante molti lo considerino comunque avventato)..Era quindi immaginabile che anche Opera ci andasse con i piedi di piombo.

Allora come mai la collaborazione ha deciso di presentare un risultato sconvolgente come quello dei neutrini superluminari senza aver fatto tutte le possibili verifiche? In effetti gli stessi ricercatori sono stati subito divisi sull’opportunità di uscire allo scoperto, ma evidentemente una parte di essi non è riuscita a resistere all’entusiasmo, dando prova di una fretta che poi si è rivelata disastrosa. Eppure, come si è visto, sarebbero bastati pochissimi mesi per trovare il baco, e in fondo la collaborazione poteva lavorare con calma  perché non c’era nessun esperimento concorrente a pressarla (né era vittima della sindrome del “pubblica o muori”, visto che il finanziamento appariva garantito). Il portavoce di Opera avrebbe quindi potuto, e dovuto, ritardare l’annuncio, soprattutto tenendo conto delle divergenze all’interno della collaborazione.

Ad Ereditato non si addebita un errore scientifico, perché problemi come quelli che si sono verificati ad Opera non sono certo rari. Piuttosto è stato considerato responsabile di avere esposto al ludibrio mondiale il suo esperimento: questo è ciò che gli ha fatto perdere l’appoggio della maggioranza dei colleghi e praticamente costretto alle dimissioni.

A conti fatti questa bruciante vicenda ha mostrato ai fisici quanto sia illusorio pensare di poter fare un annuncio che resti all’interno della comunità scientifica: ora è chiaro a tutti che se qualcosa ha un interesse per il largo pubblico, allora i media lo riprenderanno. L’unico ambiente protetto su cui si può contare è quello dei colleghi più diretti, cioè quelli impegnati nel medesimo esperimento. Questo perché ai giornalisti per diffondere una notizia occorre una pubblicazione, o almeno una comunicazione pubblica in un seminario o in una conferenza. Altrimenti si resta nel gossip scientifico, che pure si può fare ma che ha certamente meno rilievo. Nel caso dei neutrini quindi la riservatezza era garantita solo fino a che i dati circolavano esclusivamente all’interno di Opera.

D’ora in poi, nessuno potrà più far finta di ignorare che anche un seminario può funzionare come una balestra che proietta sulle prime pagine. Speriamo solo che ciò non spinga gli scienziati a tentare una chiusura: è piuttosto necessario che il dialogo con il pubblico faccia un salto di qualità. Perché finora ci si è preoccupati di raccontare soprattutto le scoperte, dando l’impressione che la scienza sia una sorta di coniglio che a balzelli procede verso la sommità di una scalinata. Mentre in realtà assomiglia più a un riccio, che ogni tanto perde l’equilibrio e rotola giù. E che quando si sente attaccato fa uscire gli aculei.

Neutrini superveloci? basta l’intuito

Proprio l’altro ieri, poche ore prima che i neutrini fossero ricacciati nella normalità, un fisico del Cern mi diceva: “Noi scienziati abbiamo una sorta di istinto, prodotto dall’esperienza. Quando viene annunciato un risultato anche se è ancora parziale spesso sappiamo se dobbiamo fidarci o meno, se ci sarà una conferma. Siamo come gli sportivi, che a naso e da pochi palleggi sanno riconoscere se un nuovo giocatore sarà un campione o un brocco. Io personalmente a quella storia dei neutrini superveloci non ci credo, il mio istinto mi dice che c’è un errore. Invece sono convinto che i primi indizi della scoperta dell’Higgs verranno confermati, e quindi che l’Higgs lo abbiamo trovato”. Per ora il suo istinto si è rivelato buono, speriamo che continui così …

Il futuro del Sudan del Sud

Questa notizia avrei voluto proprio commentarla per la radio, ma alla fine mi è sfuggita. Quando l’ho letta, quasi non credevo ai miei occhi. L’articolo discute lo stato dell’educazione universitaria nel Sudan del Sud, e ciò che occorre fare per aumentare il numero di coloro che hanno accesso agli studi più avanzati. E’ uscito su SciDevNet, una rivista in rete che fornisce un preziosissimo aggiornamento su ciò che avviene nel campo di scienza e ricerca nei Paesi meno ricchi.  Ora come sappiamo il Sudan del Sud è un Paese appena nato, ancora immerso nelle macerie di una guerra devastante. Il Cia Factbook attualmente fornisce una descrizione straziante dello stato della nazione:  la mortalità infantile è di 102 bambini su mille nati vivi (trenta volte superiore a quella in Italia),  riesce a leggere escrivere solo circa un adulto su quattro (il 27%, ma se si guarda alla percentuale femminile si arriva appena al 16%), poco più di metà della popolazione ha accesso ad acqua potabile (il 55%). Eccetera.  Ora che in queste condizioni qualcuno scriva un articolo auspicando un accesso all’università “meno elitario” mi pare incredibile.  Potrebbe essere un ottimo segno, quello di un Paese che vuole una normalità accettabile. Ma davvero è pensabile che in una nazione come  il Sudan del Sud si possa proporre in questo momento un investimento nella creazione di nuove università? E in generale, dove è l’equilibrio fra l’auspicare quello che è chiaramente un diritto, ed essere pratici e non avulsi dalla realtà? Il dilemma si pone in maniera stridente nel caso di questo articolo, ma indirettamente riguarda anche  tutti noi e il modo con cui trattiamo e commentiamo le notizie.