È la biologia dei sistemi, bellezza

Era inevitabile che accadesse, ne avevo avuto qualche indizio, lo seguivo con la coda dell’occhio. Ma non mi era mai capitato di essere davvero investita dall’onda del cambiamento avvenuto in biologia negli ultimi anni. È accaduto quest’anno, quando mi sono rituffata nel mare della ricerca di base dopo molto tempo che mi limitavo a sorvolarlo. E l’immersione non è avvenuta in un punto qualsiasi, ma là dove schiuma e ribolle la ricerca più avanzata al mondo. Ed è là che ho incontrato l’onda. Si chiama biologia dei sistemi ed è un modo di affrontare i grandi quesiti sugli esseri viventi cercando di capire come le diverse componenti interagiscono, facendo uso di competenze interdisciplinari e strumenti di calcolo molto potenti. Detto così, ammetto che possa sembrare un po’ arido, ma tutto diviene molto concreto se si guarda ad alcune delle domande alle quali la biologia dei sistemi cerca di dare risposta. Ad esempio, perché mai alcune persone traggono beneficio da un farmaco e altre no? Perché alcuni non sviluppano mai resistenza verso una terapia contro un tumore e altri sì, o ancora, perché alcuni si ammalano pur facendo una vita sana e altri trascorrono allegramente una vita sregolata? (e qui se fossimo in televisione apparirebbe come monito lo smisurato sorriso di Mick Jagger) O ancora: sopravvivremo ai superbatteri resistenti agli antibiotici? E infine la domanda regina: come diamine si fa a diventare ultracentenari che scoppiano di salute?

Ma andiamo con ordine. Il mio viaggio alle frontiere della biologia dei sistemi inizia oltre un anno fa, nel mezzo delle riprese di Superquark, di ritorno in una fredda camera d’albergo (non era così fredda, ma dopo una giornata di riprese la cosa più bella sarebbe essere a casa…). Quella sera apro il computer e trovo la solita sfilza di decine mail da leggere. Comincio a eliminare il grosso. Una ha per oggetto “SystemsX”: in una frazione di secondo penso all’ennesima comunicazione anonima e senza neppure aprirla ho già il dito sul tasto “cestina”… poi mi fermo… come Wile Coyote quando acquisisce coscienza di stare per precipitare… e leggo meglio il mittente. Quella mail è risultata essere una delle più inaspettate e interessanti che mi sia mai capitato di ricevere (e da allora mi chiedo: chissà cosa c’era fra le decine di migliaia che negli anni invece ho cestinato….).

SystemsX.ch è un’iniziativa del Governo Svizzero. In dieci anni sono stati investiti circa cinquecento milioni di franchi (più o meno corrispondenti ad altrettanti euro) allo scopo di promuovere la biologia dei sistemi nella Confederazione Elvetica. Il Governo ha messo a disposizione metà della cifra, mentre l’altra metà è stata devoluta dalle istituzioni che ne hanno preso parte (anch’esse nella stragrande maggioranza pubbliche). Si è trattato di uno sforzo gigantesco che ha coinvolto 11 istituzioni, circa 2100 ricercatori e 401 gruppi di ricerca. Sono stati finanziati 248 progetti e supportati oltre un migliaio fra dottorandi e post dottorandi. Alla fine di questo impegno colossale, i responsabili del progetto hanno ritenuto necessario spiegare ai contribuenti il perché dell’investimento e l’importanza della biologia dei sistemi. E hanno pensato bene di farlo attraverso un documentario; quella mail che stavo per cestinare era il primo contatto che mi avrebbe portato all’incarico di realizzarlo (in inglese, tedesco, francese e italiano).

Se siete curiosi, il documentario in inglese è visibile qui  (regia di Luca Romani, montaggio di Giulio Pellizzieri, riprese di Marco Capriotti, e animazioni di Gruppo Creativo). E se volete ancora approfondire, abbiamo anche realizzato una app, scaricabile gratuitamente per ora solo per IPad, cercando su AppStore “SystemsX” (anche qui, la realizzazione è di Gruppo Creativo).

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Torniamo però alla biologia dei sistemi. Come dicevo, si tratta di cercare di capire come funziona un sistema biologico considerando il ruolo di tutte le sue componenti, sia che questo sistema sia rappresentato da una serie di eventi biochimici (ad esempio quelli che portano alla sintesi del colesterolo o alla differenziazione di cellule staminali), sia che si tratti di un insieme di cellule che interagiscono fra loro e con l’ambiente esterno (come avviene in un tumore o nelle comunità di microbi che abitano il nostro intestino), sia che si tratti di osservare un intero organismo che invecchia. Uno degli scienziati intervistati, Lucas Pelkmans, ha reso bene il perché dell’importanza di guardare all’insieme facendo un semplice esempio: un termitaio. Queste gigantesche strutture vengono considerate una delle invenzioni più complesse della Natura, per via della loro articolata organizzazione interna, della sofisticata strategia di mantenimento della temperatura e così via. Ora, naturalmente sarebbe impossibile riuscire a immaginare un termitaio limitandosi a osservare una termite, per quanto attentamente lo si faccia. Allo stesso modo, è davvero difficile figurarsi come funzioni un essere vivente, o anche solo un processo cellulare, senza prenderlo in considerazione nel suo insieme.

La biologia dei sistemi insomma si presenta come il contrario di quel riduzionismo biologico che in passato sembrava così promettente e che in effetti è servito a chiarire molte cose, ma che come tutto nella scienza è destinato a fare il suo corso per venire eventualmente superato.

Ma è davvero rivoluzionaria la biologia dei sistemi? La risposta è meno scontata di quanto sembri. Per qualcuno è semplicemente la naturale evoluzione della ricerca biologica, solo fatta con strumenti che sarebbero stati inimmaginabili fino a poco tempo fa. A Zurigo, Adriano Aguzzi, uno dei maggiori esperti al mondo in prioni, sta “spegnendo” uno a uno ciascuno dei circa 25.000 geni che sono nel corpo umano, allo scopo di capire quali di essi abbia un’influenza sui prioni. Lo scopo ultimo è andare alla radice di malattie come “mucca pazza”, ma anche del Parkinson e l’Alzheimer. Perché nessuno ha mai tentato prima qualcosa del genere? Non è solo questione di creatività e di idee, ma anche di strumenti: per rendere possibili esperimenti come quelli di Aguzzi occorrono grandi capacità di calcolo così da elaborare innumerevoli dati, oltre che competenze raffinate e diversificate.

Ma c’è un’altra domanda che era prioritario affrontare alla fine dell’iniziativa SystemsX.ch: perché un investimento tanto sostanzioso in un Paese tutto sommato piccolo? La risposta in realtà appare lampante non appena si varcano le porte di un laboratorio di ricerca elvetico. Infatti, nonostante nel nostro immaginario sia ancora rappresentata da banche, cioccolata, orologi e piste da sci, è nell’eccellenza scientifica che oggi la Svizzera trova il proprio simbolo più calzante. È un primato sul quale la Nazione ha puntato per garantire il proprio futuro, ma che occorre saper mantenere e questo significa grossi investimenti. È impossibile pensare di far progredire la scienza con l’eroismo e l’abnegazione dei pochi, come sembriamo voler ancora credere in Italia. E questo soprattutto perché la ricerca di frontiera ha bisogno di strumenti avanzatissimi, il più delle volte tutti da inventare. E poi ha bisogno di grandi gruppi formati di persone con le competenze più diverse e di giovani (non tutti destinati a restare nella ricerca). E tutto questo ha un costo. Ma ripaga.

La Svizzera ha capito l’importanza di non smettere di correre nella ricerca provandone le conseguenze sulla propria pelle, come ha raccontato Ruedi Aebersold, un biologo di primissimo piano e fra i padri fondatori di SystemsX.ch. La storia inizia ai tempi del Progetto Genoma Umano, che porterà al sequenziamento del DNA della nostra specie. A quel tempo diversi Paesi decisero di unire le forze per collaborare al progetto, ma la Svizzera non fu tra essi (e neppure l’Italia, nonostante uno dei primi sostenitori del Progetto Genoma fosse Renato Dulbecco). L’idea era che si potesse lasciare lo sforzo agli altri, per poi approfittare dei risultati una volta che questi fossero stati resi pubblici. Ma come ricorda Aebersold fu un grande errore, perché la scienza non è fatta solo di risultati, ma anche di tecnologie, strategie e competenze costruite per ottenerli. Così le nazioni che parteciparono al Progetto Genoma hanno mantenuto un vantaggio sia nella ricerca pubblica che nelle imprese private. E la Svizzera, quella volta, ha letteralmente perso un treno importante. SystemsX.ch è stato concepito proprio perché lo stesso non accadesse nella biologia dei sistemi. In gioco non c’è solo la possibilità di ottenere conoscenza ma posti di lavoro, competitività e alla fine, il benessere al quale la nazione aspira.

Qualche giorno fa sfogliavo una rivista, e mi sono imbattuta in una frase in latino, attribuita a Plinio “Ne umquam pars pro toto, cioè, mai considerare una parte come rappresentativa della totalità. Mi è parsa il motto perfetto per la biologia dei sistemi, e un po’ anche la prova che non importa quando nascono le buone idee, perché possono occorrere millenni prima che la tecnologia fornisca gli strumenti per realizzarle. Ma prima o poi, ci si arriva. Se rinascessi, ho pensato più volte in questi ultimi mesi, sceglierei ancora di studiare biologia. Anche se molto probabilmente questa volta vorrei farlo in Svizzera, e questa è la nota triste al termine di un’avventura lavorativa immensamente interessante.

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Se la giornalista diventa Cappuccetto Rosso

Cari tutti,

torno a scrivere dopo tanto tempo sul blog per commentare un fatto curioso che mi riguarda.

Nella puntata del 28 giugno di Superquark è andato in onda un mio servizio sull’adeguamento dell’aspetto sessuale. Insomma, sulla transessualità. A onor del vero ho ricevuto molti messaggi personali a questo proposito, sia di apprezzamento che di rimostranza. Ma poi il servizio è stato messo su youtube (https://www.youtube.com/watch?v=omdDjVdBpVw). E qui ha raccolto (oltre a un po’ di hackeraggio che immagino dovrebbe lusingarmi) alcuni commenti dai telespettatori. Qualcuno si è concentrato sulla bravura di Piero Angela, qualcun altro ha commentato sul tema. E qualcuno, come è normale che sia, ha commentato il lavoro della autrice/giornalista, cioè il mio. E lo ha fatto con straordinaria profondità.

– “Ma chi ha truccato la Gallavotti” ha chiesto uno, dando prova di eccezionale spirito d’osservazione.

– “Sembra che le abbiano sparato il trucco in faccia”, ha risposto un altro altrettanto acuto.

– “Sì, sì, ha le gote alla Cappuccetto Rosso”, ha finalmente ribattuto il primo folgorato da subitanea intuizione

Fine dei commenti sul lavoro dell’autrice/giornalista.

Ora, c’è una cosa che mi ha raccontato Edoardo Cofani mentre lo intervistavo che mi ha molto colpita e che è riportata anche nel servizio. Mi ha detto che al termine del suo percorso di adeguamento sessuale, una volta acquisito un aspetto maschile, ha visto la propria credibilità sul lavoro crescere. E ancora si chiede perché…. Questo è un “fenomeno” che riportano molti di coloro che sono passati da un aspetto femminile a uno maschile (mentre chi segue l’intervento inverso vede diminuire la propria credibilità lavorativa). Questa osservazione mi è tornata in mente leggendo i commenti su youtube, dato che in effetti l’unica cosa che è stata rilevata del mio lavoro di autrice del servizio è… il trucco, mentre tutte le osservazioni, incluse le critiche, sul merito sono rivolti a Piero Angela. Mi scuso, effettivamente in televisione il trucco  è importante, questa e altre volte era sbagliato, e ci starò più attenta. Sarebbe più facile se dovessi pensare solo a quello, ma oltre a truccarmi devo trovare dei temi interessanti per i servizi, discuterli con Piero Angela, documentarmi, trovare le persone giuste da intervistare, scrivere il servizio, andare a girarlo, discutere con i registi, la produzione e le altre persone che letteralmente lo “creano”, e non solo. Per questo a volte sbaglio il colore del fard. Lavoro con Piero e Alberto Angela dal 1999, ed entrambi mi hanno letteralmente insegnato tutto ciò che so. E per quanto riguarda Superquark non smetterò mai di ringraziare Piero Angela per la fiducia che mi ha dato facendomi divenire una degli autori del programma. La sua grandezza e il suo ruolo in Superquark non solo non si discutono ma non hanno bisogno di essere spiegati. Ma la grandezza di Piero Angela sta anche nel fatto di aver formato delle persone in grado di fare Superquark, cosa che gli andrebbe riconosciuta e che lui stesso ricorda quando cita i nomi degli autori nel presentare ogni servizio. Personalmente quindi devo essergli grata fra l’altro per l’avermi resa autonoma e responsabile dei servizi che curo, assumendomi anche l’onere delle cose che in essi eventualmente non funzionano. Sotto il trucco spesso malfatto (ok, cambierò il colore del fard), c’è una giornalista piuttosto matura (anche anagraficamente) e con un’esperienza solida nel raccontare la scienza non solo in televisione. Noi giornaliste non dovremo mica vestirci da uomo per distogliere l’attenzione dal fard, vero?

Un Nobel per 2000 (anzi molti di più)

È finalmente arrivato il Nobel per il bosone di Higgs e il premio è andato a Peter Higgs e François Englert, cioè ai due teorici che per primi ne ipotizzarono l’esistenza circa cinquant’anni fa. Fin qui tutto secondo le previsioni e la vicenda potrebbe mediaticamente concludersi con gli ultimi titoli sulle prime pagine dei giornali. Ma in realtà sembra che qualcosa in noi umani si rifiuti di accettare la realizzazione di ciò che è atteso, probabile e ovvio. Così, all’affievolirsi dei rumori di festeggiamento, è emerso un sostenuto brusio di curiosità e a volte di disappunto perché molti si aspettavano che in qualche modo sarebbe stata premiata anche la ricerca sperimentale svolta al Cern.

Ma il Nobel avrebbe davvero potuto o dovuto essere assegnato diversamente?

La risposta è: dipende.

Intanto chiariamo subito che sarebbe stato davvero impossibile premiare una o due singole persone fra quelle che hanno lavorato al Cern e dunque materialmente “trovato” il bosone di Higgs. I due esperimenti Atlas e CMS, grazie ai quali è stata catturata la particella, hanno coinvolto migliaia di persone. Certo il fatidico 4 luglio 2012 nel quale fu annunciata la scoperta parlarono solo i due fisici che avevano coordinato i loro colleghi, cioè l’italiana Fabiola Gianotti e l’americano Joe Incandela, ma si esprimevano a nome di tutti e presentavano i dati raccolti grazie allo sforzo della loro intera comunità scientifica. Nel caso della Gianotti le speranze di chi la voleva a Stoccolma erano alimentate dalla sua straordinaria personalità e dal fatto che era stata alla guida di Atlas per tutto il tempo della caccia al bosone (mentre Incandela era appena succeduto all’italiano Guido Tonelli). E in più Fabiola Gianotti ha dimostrato negli anni di avere una statura straordinaria diventando un simbolo della ricerca scientifica. Nel suo ruolo di responsabile dell’esperimento Atlas è riuscita nell’incredibile compito di coordinare circa tremila fisici da tutto il mondo garantendo che i lavori procedessero sempre in maniera fluida e senza intoppi. Ha fatto le cose talmente bene che la sua autorità non è mai stata messa in discussione né si sono mai sollevate critiche contro di lei da parte dei suoi collaboratori. Per chi conosce l’ambiente dei fisici, e il loro essere spesso riottosi, si tratta di due autentici miracoli. Se per il Nobel occorresse la dimostrazione di aver compiuto atti sovrannaturali come per la santità, a Fabiola Gianotti sarebbe stato dato d’ufficio. Ma il Nobel richiede altri requisiti.

È evidente che coloro che hanno guidato Atlas e CMS hanno avuto un ruolo importante nella scoperta del bosone, ma altrettanto essenziale è stato il compito di chi ha concepito gli esperimenti, di chi ha trovato le geniali soluzioni tecnologiche per farli funzionare, di chi ne ha guidato la costruzione. A conti fatti si tratta di almeno una ventina di persone, a voler restringere il campo. E le regole del Nobel impongono che i co-premiati possano essere al massimo tre.

Ma c’era un’altra alternativa alla copia “Higgs –  Englert”, molto più percorribile.

Nei giorni immediatamente precedenti all’assegnazione del premio aveva cominciato insistentemente a girare la voce che esso sarebbe stato assegnato ai due teorici e al Cern nel suo insieme. In effetti sembra che il comitato del Nobel abbia seriamente preso in considerazione questa possibilità, stando a quanto dice un membro stesso della Reale Accademia delle Scienze Svedese . Tuttavia essa avrebbe rappresentato un grosso strappo rispetto alla storia del riconoscimento che finora è stato assegnato solo a persone, mai a istituzioni (è avvenuto che fossero premiate delle istituzioni solo nel caso del Premio Nobel per la Pace che però segue procedure diverse). Il cambiamento di rotta sarebbe stato teoricamente possibile e con esso l’Accademia svedese avrebbe preso atto del fatto che la scienza è ormai il risultato di uno sforzo collettivo di molte persone, se non moltissime. Il Cern è il simbolo della scienza globalizzata e offriva l’occasione ideale per rompere con la tradizione del passato, ma così non è stato.

Non c’è dubbio che la scienza è diversa da com’era ai tempi in cui Alfred Nobel inventò il suo riconoscimento e probabilmente oggi è necessario stabilire cosa si premia con il Nobel: se la scoperta più importante fatta da uno scienziato o la scoperta più importante e basta. Le due soluzioni sono entrambe legittime ma per ora a Stoccolma sembrano optare per la prima, e personalmente sono d’accordo con loro. La grandissima forza del Premio Nobel a mio avviso sta nel creare degli eroi: punta il riflettore su degli scienziati assorti nei loro studi e li trasforma in icone, facendo sognare il grande pubblico. Insomma crea dei modelli positivi come la Montalcini, Dulbecco e Higgs che servono da ispirazione per le generazioni successive anche per la particolare vicenda umana di ciascuno. Sarebbe diverso se a essere premiata fosse una istituzione, farebbe battere meno il cuore. 

Dove è Voyager?

Dove è finito Voyager 1? Pochi giorni fa un po’ in sordina è uscita la notizia che la mitica sonda potrebbe aver lasciato il Sistema Solare. Anche se l’annuncio è molto controverso, e la NASA non è d’accordo, mi è sembrata una possibile novità troppo emozionante per non dedicarle almeno un post.

Voyager 1 è una sonda lanciata dalla NASA il 5 settembre del 1977 con lo scopo di esplorare il Sistema Solare e oltre. Per più di 35 anni insomma la sonda ha viaggiato, percorrendo quasi 20 miliardi di chilometri, lasciandosi alle spalle un pianeta che cambia. Già questo mi sembra qualcosa di estremamente romantico. Ma ancora più romantico è il fatto che a bordo di Voyager ci sia un disco d’oro, voluto dall’astrofisico Carl Sagan. Lo scienziato lo concepì nella convinzione che fosse utile corredare la sonda di una sorta di carta d’identità della Terra, qualcosa che potesse raccontare ad eventuali extraterrestri chi siamo. E quali informazioni vennero incise su questo disco? molte. Fra di esse immagini di vita quotidiana, addirittura quelle di un supermercato, oltre che immagini di natura e animali. E poi qualcosa che parlava delle nostre scoperte scientifiche: la doppia elica del DNA, l’immagine di un microscopio, immagini dal nostro Sistema Solare. E 90 minuti di musica. Quale musica? La lista è lunga, e mancano delle pietre miliari. Avrebbero dovuto esserci i Beatles, ma c’è una leggenda che dice che i loro agenti non riuscirono a definire i diritti d’autore. Ci sono brani di Bach, Mozart, Beethoven, ma anche Chuck Berry, un brano Soul, musica dei nativi americani Navajo, musica indiana, giapponese, cinese, africana … L’obiettivo naturalmente era quello di dare agli eventuali extraterrestri una immagine del nostro pianeta e dei suoi abitanti quanto più equilibrata e senza tempo possibile. Ovviamente non ci si riuscì, e a bordo del Voyager si trova ormai il ritratto di un pianeta e di una umanità che personalmente a me suscitano soprattutto tenerezza e nostalgia, e chissà che effetto potranno mai fare ad ET.

Ma torniamo alla domanda iniziale: dove è Voyager in questo momento? difficile dirlo, per il semplice fatto che nessuno ha definito con precisione dove finisce il Sistema Solare. La notizia però è che a rivista Geophysical Review Letters ha appena accettato uno studio di due ricercatori americani i quali affermano che la sonda sarebbe finalmente entrata nello spazio interstellare lo scorso 25 agosto. A partire da quella data infatti gli strumenti a bordo avrebbero registrato un brusco cambiamento nei raggi cosmici con cui viene in contatto, cioè nel flusso di particelle che pervade tutto l’universo ma che ha caratteristiche diverse da un punto all’altro. La NASA però è di tutt’altro avviso: l’agenzia americana infatti sostiene in un comunicato che si potrà affermare che Voyager è uscito dal Sistema Solare solo quando gli strumenti registreranno una inversione del campo magnetico, cosa che per ora non si è ancora verificata. Avanti Voyager, la strada non è ancora finita.

Quando brucia la Città dei sogni

È tanto che manco da questo blog. Più volte negli ultimi mesi mi sono ripromessa di scrivere un post ma i ritmi di lavoro non mi lasciavano pace. Oggi ricomincio con una notizia che non avrei mai voluto dare e che non si può non commentare.

Ieri notte, a Bagnoli, è andato a fuoco un sogno. Un sogno tenace, ostinato, creativo, innovativo, a volte inquieto, ma sempre bellissimo. È bruciata Città della Scienza di Napoli.

Difficile spiegare davvero la sua magia a chi non la ha mai vista. Io ci sono stata molte volte. Di solito prendevo il treno da Roma e scendevo a Campi Flegrei. Poi un breve tragitto in taxi, giusto il tempo per toccare con mano il degrado che si può raggiungere nel nostro Paese. Strade dissestate, edifici tirati su senza grazia né regole e spesso, qua e là, enormi mucchi di spazzatura abbandonata. Poi l’arrivo a Città della Scienza: un sogno nato dal cuore e dalla mente del fisico Vittorio Silvestrini e delle centinaia di persone che vi hanno lavorato a partire dalla fine degli anni ottanta. Entrando nelle “mura” di Città della Scienza si rimaneva subito incantati dall’eleganza dei vecchi edifici industriali di Bagnoli splendidamente ristrutturati per ospitare gli spazi espositivi. E lasciavano senza fiato le gigantesche vetrate dietro alle quali luccicava il mare di Napoli. Un gioiello incastonato nella desolazione, come per altri versi sono gli scavi di Ercolano che si trovano poco distante.

Città della Scienza è e resta nonostante tutto la prova di quello che è possibile fare in Italia. Ho letto sui giornali che era stata costruita su modello de La Villette, a Parigi. Non è vero. Città della Scienza aveva scopi analoghi a quelli de La Villette, ma non modelli: era una struttura originale con un ruolo unico. Non a caso l’avevamo scelta alcuni anni fa come luogo da cui fondare MASAD, una associazione che si propone di incoraggiare il dialogo su temi scientifici fra le due sponde del Mediterraneo, nella convinzione che la scienza è un linguaggio di pace su cui tutti possono confrontarsi, al di là di religioni e ideologie. Al momento della fondazione di MASAD, Città della Scienza aveva già una forte tradizione come creatrice di dialogo. Fra l’altro aveva avuto un ruolo cruciale in una mostra sulla matematica creata in collaborazione fra israeliani e palestinesi. Milioni di visitatori hanno conosciuto la scienza nella sue sale, facendo funzionare strumenti meccanici, giocando con i fluidi o con l’ottica. Le mostre temporanee hanno reso accessibile la ricerca di frontiera, nelle sale per le conferenze si sono succeduti scienziati di primissimo piano. E poi qui sono nati innumerevoli progetti, collaborazioni internazionali, discussioni fra esperti di tutto il mondo sul ruolo della scienza nella società.

Naturalmente, non mancavano le ombre. Come molte istituzioni culturali del nostro sfortunatissimo Paese, anche Città della Scienza funzionava (bene) grazie allo sforzo eroico di chi la mandava avanti: un “esercito di gatti”, anche questo un fenomeno tipicamente italiano. Cioè persone intellettualmente autonome, poco inclini a considerare il lavoro come routine, neppure se si svolge dietro un scrivania sistemata in un ufficio.  Persone preparatissime e motivate, ognuna di grande creatività che davano tutto il possibile, senza avere in cambio neppure la certezza di uno stipendio.

L’emergenza era quotidiana. La Villette, il “modello” come hanno detto i giornali, riceve ogni anno un centinaio di milioni di euro di finanziamento. Il Deutsches Museum di Monaco (un altro “modello”) oltre ad analoghi finanziamenti ha recentemente ricevuto un “extra” di 400 milioni di euro per rinnovarsi. Il direttore della struttura tedesca mi spiegò a suo tempo che in tempi di crisi in Germania si era deciso di risparmiare su tutto tranne che sulla cultura, perché solo la cultura (sia classica che scientifica, se questa divisione ha mai avuto un senso) può consentire di uscire dall’emergenza.. Invece a Napoli, come in altri analoghi musei d’Italia, si lottava e si lotta ogni giorno per cifre centinaia di volte inferiori. Nel nostro Paese, abbiamo una capacità straordinaria di fare le nozze con i fichi secchi.

Non tutto però è andato bruciato ieri notte. Il patrimonio più prezioso di Città della Scienza non è infiammabile e ancora una volta consiste nelle capacità professionali che sono state formate in questi anni. Persone che possono ricostruire ciò che è andato perduto. Perché, come ci insegnano le foreste più antiche, un incendio è anche una opportunità di rinascita. Bisogna però che questa volta i fondi arrivino, e adeguati.

Le urne ci hanno recentemente detto che almeno un quarto di italiani crede ancora una volta in un sogno: quello della democrazia dal basso. Un sogno al quale per ora sembra mancare la concretezza che è essenziale per “fare”. Il problema è che come si è sentito spesso ripetere negli incontri a Città della Scienza, essere cittadini responsabili e in grado di prendere decisioni è faticoso. Per riuscirci bisogna essere informati e conoscere. Per questo negli anni a Bagnoli si erano tenuti innumerevoli dibattiti su temi spinosi come bioetica, staminali, sperimentazione animale, cambiamenti climatici. Mai con lo scopo di convincere, ma sempre con quello di confrontarsi. È qualcosa che non possiamo permetterci di lasciare andare in fumo.

Lettera di Bertolucci, Gianotti e Tonelli sui tagli all’INFN

Pubblico per intero la lettera per media sui tagli all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) inviata da Sergio Bertolucci, direttore della ricerca del Cern, Fabiola Gianotti, responsabile dell’esperimento Atlas, e Guido Tonelli, già  responsabile dell’esperimento Cms (Atlas e Cms sono i due esperimenti che hanno consentito di scoprire la nuova particella che sembra proprio essere il bosone di Higgs)

Abbiamo appreso con sconcerto e profonda preoccupazione che il decreto associato alla cosiddetta “spending review” prevede un taglio al finanziamento dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare del 3.8% nel 2012 e del 10% nel 2013 e nel 2014.

A complemento dei tagli nei fondi, si prescrive anche la riduzione del 10% del personale tecnico e amministrativo, evidentemente considerato una zavorra improduttiva e non una componente fondamentale della ricerca.

Se questi tagli fossero confermati, l’INFN sarebbe messo nell’impossibilità di proseguire efficacemente le sue attività e di onorare i suoi impegni nazionali ed internazionali: più che il rischio, ci sarebbe la certezza di una rapida e irrimediabile perdita delle posizioni di eccellenza costruite in quasi sessant’anni di storia , e tuttora validamente presidiate, malgrado la costante erosione dei finanziamenti negli ultimi quindici anni.

Non è una questione di destra o di sinistra: l’atteggiamento verso la ricerca è uno dei pochi ambiti in cui la politica italiana esprime un approccio pienamente bipartisan. Di segno sbagliato, purtroppo.

Quest’ultima decisione è poi particolarmente irricevibile sia nel metodo che nel merito.

Sul metodo è sufficiente sottolineare l’assoluta mancanza di una qualunque interazione tra il Governo e la dirigenza dell’Istituto, segno, come minimo, di una preoccupante leggerezza nel valutare le conseguenze strategiche dei tagli, se non addirittura  di un’incapacità preconcetta a riconoscere l’eccellenza nel caso essa si manifesti  in un ente pubblico.

Entrando poi nel merito, non si capisce perché l’INFN debba essere l’istituto di gran lunga più penalizzato in termini assoluti e tra i più tartassati in termini relativi: il rilevante contributo dell’INFN alla storica scoperta annunciata recentemente al CERN, autorevolmente riconosciuto dal Presidente della Repubblica in una lettera pubblicata sul sito del  Quirinale, o il lusinghiero giudizio della commissione del MIUR per l’assegnazione della parte premiale del fondo di finanziamento ordinario, inspiegabilmente sembrano generare effetti di segno contrario.

Queste misure vanno poi ad aggravare una situazione già di per se critica, frutto di provvedimenti che negli ultimi anni, oltre che la compressione dei bilanci, hanno via via imposto la riduzione della pianta organica, il blocco delle carriere, il congelamento dei salari.

Con queste ultimi provvedimenti l’INFN verrebbe di fatto riportato alla situazione in cui si trovava nei primi anni ’80, con buona pace dei blabla (anche questi bipartisan) sull’importanza strategica della ricerca e dell’innovazione per la crescita del nostro paese.

Infine non può sfuggire il messaggio devastante trasmesso ai nostri giovani (e bravi!) ricercatori: in pratica un invito ad andarsene da questo Paese e, in un perverso effetto domino, un brutale scoraggiamento delle vocazioni scientifiche per gli studenti delle scuole superiori.

Il rischio di creare un danno irreversibile è dunque altissimo.

Ci auguriamo che il Governo e/o il Parlamento sappiano correggere rapidamente questa scelta miope e pericolosa.

Da parte nostra non assisteremo in silenzio all’ennesima dilapidazione di un altro pezzo  del futuro di questo Paese.

Sergio Bertolucci – Direttore della Ricerca, Cern

Fabiola Gianotti   – Responsabile Esperimento ATLAS

Guido Tonelli        – già Responsabile Esperimento CMS

Vedi il bosone e poi muori

Ora lo so quanto dura la sbornia da Higgs: tre giorni. E per qualcuno può essere mortale. Sono passati esattamente tre giorni tra l’annuncio della scoperta al Cern (che era valso al direttore della ricerca del Cern Sergio Bertolucci le congratulazioni di Giorgio Napolitano) e l’annuncio dei tagli imposti dalla spending review, così pesanti da mettere a rischio la sopravvivenza dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), l’ente che ha un ruolo fondamentale nella ricerca al Cern. Ne ho scritto su La Stampa intervistando prima Nadia Pastrone, dell’INFN di Torino (l’articolo si trova qui, grazie alla ribattuta del preziosissimo blog Io Non Faccio Niente) e poi Luciano Maiani, che propone alcune alternative.