Uffici stampa: i problemi sotto lo scandalo

Negli ultimi giorni nella nostra comunità di giornalisti scientifici c’è stata una bollente discussione sulla comunicazione istituzionale: quella comunicazione scientifica che viene condotta da grandi enti di ricerca (INGV, CNR, INFN, eccetera). Lo spunto è stato ovviamente la vicenda che ha riguardato l’Ufficio Stampa dell’INGV, sulla quale non vorrei ritornare ma che ha portato alla ribalta molte questioni che non toccano solo le modalità di arruolamento di chi fa comunicazione.

La comunicazione istituzionale ha un ruolo cruciale e delicato e ci sono aspetti critici sia nell’uso che i media fanno delle sue informazioni, sia nel modo in cui vengono prodotte.

Cominciamo dai problemi che riguardano i media.

La definizione dello scopo di un Ufficio Stampa potrebbe essere argomento di un altro post, e quindi qui la faccio breve e adotto una visione ipersemplificata e molto parziale, secondo la quale compito degli Uffici Stampa è aiutare i giornalisti a fare al meglio il loro lavoro, fornendo informazioni corrette (tramite comunicati ma non solo) e mettendoli all’occorrenza in contatto con gli scienziati.

Negli ultimi anni, gli Uffici Stampa si sono visti aprire orizzonti e possibilità inaspettate. La crisi infatti ha indotto le redazioni di tutto il mondo a risparmiare il più possibile: ci sono sempre meno giornalisti scientifici assunti dedicati alla scienza e sempre più free lance mal pagati che non possono permettersi di condurre una inchiesta seria. Se un articolo viene compensato con una manciata di euro o di dollari, per riuscire a sopravvivere bisogna sfornarne a macchinetta, dedicando a ciascuno solo il minimo tempo necessario. Per questo capita sempre più spesso di leggere pezzi che sono parafrasi di comunicati stampa. Dal punto di vista delle istituzioni scientifiche più abili questo fatto rappresenta una opportunità straordinaria per far passare la loro comunicazione. È il caso di quella macchina da guerra che è la AAAS (American Association for the Advancement of Science): si deve molto alla sua attività se i media di tutto il mondo tendono a dare alla scienza americana una visibilità che spesso non corrisponde al suo peso.

Tutto ciò preoccupa molto noi giornalisti scientifici e dal punto di vista del lettore è un disastro, perché lo priva di quell’informazione oggettiva che solo giornalisti indipendenti possono produrre. Anche nella scienza esistono controversie e aspetti delicati (ad esempio la questione della SuperB, di cui mi sono occupata nel post precedente) e limitarsi a riprendere le notizie ufficiali è un po’ come affidare la pagina di critica cinematografica alle grandi case produttrici. Fino a poco tempo fa, ero convinta che una soluzione del problema fosse in siti tipo spot.us. Si tratta sostanzialmente di siti nei quali è possibile proporre una inchiesta specificando i costi per svolgerla: i lettori eventualmente interessati possono contribuire con un piccolo o piccolissimo versamento, e se si raggiunge la cifra necessaria il giornalista fa l’inchiesta. Dicevo che fino a poco tempo fa mi sembrava una eccellente soluzione: così il giornalista deve rendere conto solo ai suoi lettori e la qualità dell’informazione dovrebbe essere garantita. La recente esperienza a proposito del mio articolo sulla sperimentazione animale mi ha però mostrato il problema insito in questo meccanismo, mettendo in evidenza come per gruppi organizzati (i Partiti Animalisti ad esempio) e lobby varie sarebbe fin troppo facile indire una colletta, con il risultato che ancora una volta lettori inconsapevoli si troverebbero a leggere informazioni di parte senza saperlo (lo so, probabilmente ho dato una idea a qualcuno). Insomma, temo che la debole garanzia offerta da una testata che deve e vuole tutelare la propria credibilità sia ancora insostituibile .

Fine della discussione dei problemi dei media verso gli uffici stampa. Parliamo ora del problema degli uffici comunicazione verso il pubblico.

Ci sarebbe molto da dire, ma c’è un aspetto su cui mi voglio concentrare. Intanto specifico che qui parlo di uffici comunicazione, cioè quelle strutture che oltre a svolgere un ruolo di ufficio stampa fanno anche altro, tipo curare le pubblicazioni divulgative verso il grande pubblico, organizzare mostre, partecipare a festival della scienza eccetera. Ad esempio per l’INFN io avevo a suo tempo messo su proprio un ufficio comunicazione, e non solo un ufficio stampa.

Queste attività generali sono ovviamente condotte con denaro pubblico, e sono potenzialmente molto importanti. Hanno però a mio avviso un problema: la parola finale sulla loro approvazione  e finanziamento viene spesso detta da scienziati; e quello che piace a uno scienziato, non sempre viene gradito dal grande pubblico. Avrei moltissimi esempi di costosissimi fallimenti (non solo in Italia, tutto ciò che dico in questo post vale abbastanza per tutto il mondo), ma evito di sparare sulla Croce Rossa. La scarsa capacità di molti scienziati di valutare la qualità della comunicazione ha anche a che fare con come le persone vengono scelte per farla, spesso seguendo criteri poco chiari e selezioni traballanti, sottovalutando ampiamente l’importanza del campo. In questo senso il caso dell’INGV non è poi tanto anomalo e non si sarebbe posto se ci fossero state procedure più normali di assunzione (mi stupisce molto che il dibattito di questi giorni si sia morbosamente concentrato sugli aspetti scollacciati senza porsi questo problema di fondo). Il fatto che la comunicazione istituzionale sia poco efficiente, è fonte di un spreco incredibile, non solo di soldi ma soprattutto di opportunità. Lo spreco era molto visibile soprattutto qualche anno fa, quando la crisi aveva già costretto al risparmio strutture indipendenti come i musei della scienza, mentre gli enti potevano ancora permettersi investimenti notevoli. Ora anche gli enti hanno molto stretto i cordoni della borsa, ma il problema in parte permane. La soluzione non è facile. Personalmente già quando ero all’INFN mi ero posta questo problema, proponendo che gli enti di ricerca adottino per le loro attività di divulgazione procedure di peer review serie, analoghe a quelle in uso per le ricerche scientifiche. Sulla questione con il collega Sergio Pistoi avevamo anche scritto un articolo sulla rivista Analysis . Non ripeto qui i punti espressi nell’articolo. Con la comunità internazionale di comunicatori  raccolta sotto Interactions si era provato a realizzare una valutazione con esiti disastrosi purtroppo. Per ora mi fermo qui, ma se il tema interessa ci torno volentieri.

P.S.: Lo so, in questi giorni la notizia bollente è l’imminente annuncio riguardo alla ricerca del bosone di Higgs al Cern, ed è di quello che dovrei parlare … appena riesco a ritagliarmi un altro momento lo farò.

About these ads

22 risposte a “Uffici stampa: i problemi sotto lo scandalo

  1. Finalmente una giornalista scientifica che ha capito come spesso il mondo della ricerca li usa …

    • in realtà il problema è molto sentito e presente nella nostra comunità. Queslla di “usare” davvero i giornalisti però è una capacità che solo pochi uffici stampa riescono a dispiegare appieno. Molti semplicemente non sanno farlo, anzi hanno creato una tale burocrazia per raggiungere i ricercatori da rendere i contatti sostanzialmente impossibili (tutti noi cerchiamo di non interagire con certi enti proprio per questo motivo). Ci sono poi quelli che si sono trasformati in un ufficio di promozione e collocamento dei vertici, concentrando il loro interesse su persone o progetti legati alle persone in maniera così smaccata che anche un giornalista frettoloso fatica a caderci

  2. Concordo.
    Mi permetto si sottolineare 2 punti espressi nel post. Uno, come dice Barbara, che non è un problema solo italiano (lavorando con progetti EU ne vedo ad esempio i limiti comunicativi). Due, si legge fra le righe, ma provo a espanderlo, il ruolo di un ufficio stampa deve essere funzionale ad una strategia di comunicazione dell’ente, non fare il portavoce dei singoli scienziati o del presidente.
    Parafrasando Napoleone, la divulgazione è troppo importante per lasciarla in mano agli scienziati.
    Là dove manca una mente pensante e preparata che presieda alla strategia, il tutto è lasciato agli scienziati (o peggio ai politici e ai loro amici, amichetti e parenti). E i risultati si vedono.

  3. Anche io non posso che essere d’accordo. E lo sono al punto tale che un po’ mi sfugge quale punto vuoi sollevare o, che mi interesserebbe molto leggere, quale consiglio/strategia/soluzione suggerisci. Me lo scrivi in un post #2?
    Intanto un po’ di anedottica a riprova di quanto sia attuale cio’ che dici. Alle Galapagos cercano un media officer/science communicator (http://www.eusja.org/?p=794 ). Non è detto che un media officer abbia le competenze del science comminicator, e viceversa. Anche se, ammettiamolo, io penso che uno che ha competenze nell’uno, con un minimo di studio si prepara per l’altro. Ma questa offerta di lavoro evidenzia come ci sia un po’ di confusione in questo settore (un media officer non è magari preparato per costruire una strategia di comunicazione ad ampio spettro – come fa notare Pistoi).
    A conferma le parole di Barbara e Sergio Pistoi ci sono molti, moltissimi, articoli, commenti, eccetera. Eccone uno (http://www.unesco.org/new/en/media-services/single-view/news/science_communication_and_responsibility/). “Good science communication is not a public relations exercise. Its purpose is not – or shouldn’t be – to boost the profile and self-interest of those who do, or pay for, the research. Rather, it should put scientific knowledge into the hands of those who can use it in a responsible fashion.”

    • sul primo punto (quello dell’indebolimento del ruolo di giornalista scientifico) non ho soluzioni da proporre, ma presento il problema ai lettori del post (che non sono necessariamente del nostro ambiente e dunque possono non aver presente punti critici che per noi sono abbastanza ovvi).
      Sul secondo punto, quello dell’autoreferenzialità della comunicazione isituzionale, quello che mi piacerebbe discutere è la possibilità che (come tutte le altre attività degli enti di ricerca) anche la comunicazione venga sottoposta a peer review, dove i “peer” ovviamente non sono scienziati. Con sergio ne avevamo discusso nell’articolo linkato in fondo al post

    • comunque Jacopo, lo scopo principale di questo post non è tanto proporre soluzioni quanto fare un altro tentativo di aprire un dibattito sulla comunicazione istituzionale, come abbiamo più volte tentato senza riuscirci negli ultimi giorni, con il vantaggio che questa non è una piattoforma per soli giornalisti

  4. Replico il commento lasciato su FB
    Mi pare che l’unica risposta ai temi posti sia: professionalità. Professionalità di chi cura un ufficio stampa, che non può più limitarsi a un semplice ruolo di intermediario tra ricercatori e giornalista, ma deve diventare comunicatore di contenuti interessanti per proporli a redazioni sempre più destrutturate. Professionalità dei giornalisti che devono sapere sempre più distinguere la sostanza dalla fuffa e proporla correttamente ai lettori. Se c’è professionalità, tutti i possibili rischi (di troppa informazione precotta, di troppa politica nell’informazione, che comunque sono problemi del nostro tempo e non solo legati all’informazione scientifica) si possono trasformare in opportunità.

  5. @Paolo,
    sulla questione dell’«uso» credo che ci sia molto da dire. È chiaro che la cosa può avere una connotazione anche molto negativa (e noi giornalisti siamo i primi a lamentarcene) ma in parte il meccanismo del do ut des è connaturato alla relazione che il giornalista instaura con tutte le sue fonti.
    In questo senso, la consapevolezza è la prima difesa.
    Dopodiché un problema è l’asimmetria: se il giornalista è nella condizione di dover scrivere come un matto per portare a casa la pagnotta, qualunque «scambio» può sembrargli allettante (e legittimo), e ha buon gioco anche l’ufficio-stampa manipolatore.
    L’unico modo per uscirne è attribuire un maggior valore (sociale, ed economico) al lavoro giornalistico fatto come si deve. In questo senso, l’ufficio comunicazione è quello che aiuta il giornalista a capire meglio e a fare meglio il suo lavoro a prescindere dal fatto che scriverà di quella istituzione.

  6. In realtà chiaramente noi giornalisti scientifici abbiamo un problema di credibilità. Se un giornale si sognasse di sostuire un buon cronista sportivo con qualcuno che riprende le veline delle società di calcio, giustamente ci sarebbe la rivolta dei lettori. Noi invece veniamo considerati partigiani, e si giudica mediamente irrilevante la differenza fra un nostro articolo e un comunicato. Il perché secondo me è abbastanza chiaro: chi si occupa di sport parla anche delle brutte partite, e ne parla male, così come il critico parla (male) anche dei brutti spettacoli. Noi invece di solito delle brutte ricerche cerchiamo di non parlare, perché non sono interessanti. Tranne rare occasioni, che tuttavia esitono, della ricerca tendiamo a parlare bene, e questo spinge molti a considerarci non indipendenti. Questo fatto apre enormi possibilità ai buoni uffici stampa, che giustamente (come dice Fabio) ne approfittano.

  7. Io penso che fare l’ufficio stampa di un’istituzione di ricerca sia davvero un bel mestiere, se puoi farlo come si deve. E per come si deve intendo:
    1. Che il compito dell’uff stampa sia di mettere in luce i lavori migliori dell’ente, sempre che la decisione di cosa vale la pena comunicare sia sua. Ciò che è interessante per uno scienziato può non esserlo per il pubblico e un comunicato che non viene ripreso è un comunicato sprecato.
    2. Che il capo ufficio stampa abbia una laurea scientifica o un background molto solido nella materia in modo da poter parlare con i propri scienziati su un piano paritario (diversi ma uguali, in sostanza), almeno per quel che riguarda la capacità di comprendere i restroscena di una ricerca e di leggere una fonte originale.
    3. Che abbia un budget per la comunicazione/divulgazione perché oggi si veicola molto più facilmente l’eccellenza di una istituzione quando si organizzano conferenze, eventi in piazza, un bel sito internet per il grande pubblico con materiale didattico per le scuole eccetera piuttosto che con 100 comunicati (in questo senso non vedo come si possano separare le due figure).
    4. Che abbia l’autorità e il budget per far fare agli scienziati della sua istituzione dei media training, in modo che questi capiscano qual è il loro ruolo nel circo della comunicazione e come possono svolgerlo al meglio per la propria carriera e per il prestigio dell’istituzione.
    5. Che sia chiaro che il suo ruolo non è quello di fare da portavoce del capo, tanto più se questo è designato per ragioni non strettamente scientifiche ma piuttosto politiche, come purtroppo accade spesso in Italia.

  8. L’ufficio stampa, per sua natura, non fa giornalismo. Gestisce il rapporto con i media in modo da promuovere al meglio l’istituto di appartenenza. insomma, parliamo di PR piu’ che di comunicazione. Ho conosciuto un ufficio stampa che pretendeva di leggere le mie domande prima di inviarle ad una ricercatrice, e che voleva leggere il testo dell’intera intervista prima i approvarla (chiaramente ho lasciato perdere e ho seguito un’altra strada). Un ufficio censura piu’ che “aiuto al giornalista”…
    Ovviamente poi esistono tutte le sfumature del caso, che dipendono da chi lavora nell’ufficio stampa, la mission della organizzazione, il caso specifico, gli organi direttivi. Starebbe al giornalista *interpretare* i comunicati stampa e capire dove c’è succo e di che succo si tratta. Come dice Fabio, quando uno ha l’acqua alla gola, il caporedattore distratto, che ti puo’ dire si o no a seconda di quanto è stato bloccato in tangenziale, e soprattutto quanto uno non ha una formazione scientifica o di giornalista scientifico, è facile (e comprensibile) prendere la scorciatoia e parafrasare il comunicato stampa.
    Tra l’altro mi capita ogni tanto che lo stesso ufficio stampa emetta comunicati imprecisi e fuorvianti, non per “approfittarsene” ma per scarsa comprensione del problema o per forte propensione a premere il tasto dell’accelleratore giornalistico (per esempio scegliendo un titolo forte ma, appunto, fuorviante).

  9. Cara Barbara e tutti,
    Vi leggo volentieriri con l’iphone, quindi perdanatemi errori di battitura, e i piedi nei sassetti bianchi del Conero, e non saprei veramente cosa aggiungere se non la mia personale esperienza da ricercatore.
    Prima di tutto vorrei sottolineare che ritengo che i ruoli nella comunicazione di un giornalista scientifico e di un ricercatore devono essere ben distinti, nel lavorare a braccetto con competenze assolutamente distinte sul tema comune: far capire quello che facciamo, le sue implicazioni, perché lo facciamo e spesso anche perché sia necessario investici. Lavorando costantemente con due uffici stampa, infn e frascatiscinza, ho capito che per motivazioni differenti questo non è sempre vero: un ufficio stampa come quello istituzionale infn vuole controllare e gestire una informazione che sia istituzionale, allineata con gli obiettivi del suo presidente e si rivolge quindi ad un pubblico limitato spesso gli stakeholder e non ha certo come obbittivo la ottima comunicazione scientifica che vedo fare da molti di voi; dall’altra parte invece, quello di frascatiscienza, che benché rivesta un ruolo pseudo istituzionale, rappresentando spesso gli enti, e istruzioni in genere, ha il compito di coinvolgere il largo pubblico ed quindi per finalità meno attento ad innescare un rigore formale. In entrambi i casi penso che il problema possa nascere quando i ricercatori (sia che si il presidente di un ente, sia che sia il presidente di una associzione come fs) non sanno cosa vogliono e come spesso accade pretendono di sapere.
    Con l’esperienza, ho imparato, sembrerà scontato ma se parlo con miei colleghi non lo vedo quasi mai applicato, che bisogna prima porsi gli obbiettivi della comunicazione, il target, come si è detto, quanto ci si vuole investire e poi affidarsi a chi ha studiato e lavora con i propri metodi per perseguire tale obiettivo.
    Quindi prima di chiedermi quale sia il ruolo degli uffici stampa degli enti, mi piacerebbe sapere se gli enti hanno un progetto di comunicazione, con un target scelto e un piano declinato in base alle strategie dell’ente stesso.
    Aggiungo però a questo che anche il comunicatore, il cui interesse troppo spesso, semplicemente quello di far uscire la notizia ha una qualche responsabilità nella situazione generale della comunicazione scientifica e in particolare di quella italiana. Anch

    • …. (è partito l’invio del commento) … Anche se non credo che riguardi autori e commentatori di questo post.

      • è chiaro che la comunicazione istituzionale è per sua natura “di parte”, però, da qui ad essere come scrivi tu “allineata con gli obiettivi del suo presidente e si rivolge quindi ad un pubblico limitato spesso gli stakeholder” ce ne corre. e fra l’altro non è necessariamente così perché in passato la comunicazione Infn si rivolgeva soprattutto ai giornalisti e al grande pubblico con lo scopo di far conoscere e apprezzare le attività dell’ente. La tua affermazione mi pare giustificare l’affermazione fatta nel suo blog da Sergio Pistoi riguardo allo stato penoso in cui versa la comunicazione istituzionale in Italia. Fra l’altro, se compari la tua definizione di Ufficio Stampa con quella di Daniela Ovadia, mi pare evidente che il primo non uscirebbe molto bene da una buona peer review. Il punto è: accetterebbe un ente di pagare l’eccellenza del suo ufficio comunicazione con la perdita delle facoltà di intervento sulle modalità della comunicazione stessa? (tranne ovviamente la legittima discussione sui comunicati stampa)

  10. @ barbara: la domanda per me e’ mal posta. La pongo in altro modo: c’è qualcuno in Italia che fa un qualunque mestiere e gli viene riconosciuta la professionalità per il quale ha studiato ed e’ pagato? Io faccio il ricercatore, te la giornalista scientifica. Non sono io che devo dirti come fare il tuo lavoro di comunicare la scienza o di fare un ufficio stampa, quello che dovrei fare e’ definirti i risultati che voglio ottenere e un budget e metterti a parte delle informazioni necessarie, mentre mezzi e criteri dovrebbero essere scelti da te.
    Quindi se la domanda la fai a me, la risposta e’ SI, se ne avessi le possibilità, io pagherei l’eccellenza di ciò che c’è sul mercato, ma non credo che gli enti ragionino in questo modo.

  11. Maddalena Faedo

    Condivido la tua definizione di ufficio stampa, sintetica, ma esaustiva. Condivido anche le tue posizioni, da ex giornalista economica, passata appunto agli uffici stampa. Aggiungo che se i giornalisti e gli addetti stampa svolgessero il loro lavoro con professionalità e nel rispetto della deontologia professionale, la vessata questio non si porrebbe. Se sia gli uni che gli altri proponessero informazioni che possano essere di servizio (in senso lato) per il lettore, sarebbe solo quest’ultimo l’ago della bilancia.

    • C’é anche un problema di committenza però: gli uffici stampa degli enti di ricerca sono sotto la direzione di scienziati (presidenti degli enti ecc) e se questi non chiedono la cosa giusta, o perché non sanno quale è o perché deliberatamente vogliono un ufficio stampa al loro servizio personale, è evidente che non possono selezionare professionisti seri o comunque non possono metterli nelle condizioni di lavorare bene. E ripeto: non è solo un problema italiano. Però, a mio avviso, un sistema di pressione da parte degli utenti degli uffici stampa o comunicazione potrebbe scoraggiare le interferenze negative, andando a beneficio di tutti: giornalisti, pubblico, uffici stampa e anche scienziati.

  12. Pingback: Capi ufficio stampa per la ricerca: come sceglierli? « Oggi Scienza

  13. Pingback: Capi ufficio stampa per la ricerca: come sceglierli? | Svoogle News

  14. Giangiacomo Gandolfi

    E’ da quando – circa quindici anni fa – ho iniziato a muovere i primi passi nel campo della comunicazione scientifica che pongo e mi pongo il problema degli Uffici Stampa. Fino ad ora il deserto, adesso finalmente un rigurgito di riflessione, che auspico seria e prolungata.
    Nella mia esperienza gli esempi felici si contano sulle dita di una mano e forse meno: esempi che comunque hanno mostrato efficienza nelle PR nell’interesse dell’ente, non certo indipendenza di giudizio o spirito di servizio nei confronti della cittadinanza e del buon giornalismo.

    Personalmente ritengo che questo in effetti sia il massimo che ci si possa realisticamente aspettare, e magari questo standard si diffondesse!
    Quel che continua a mancare (salvo anche qui felici eccezioni) è un riferimento credibile e quanto meno partigiano possibile di quel che definisco “critica scientifica”. Questo compito non va certo demandato agli Uffici Stampa, ma a “terze parti” autorevoli che escano dalla logica della promozione degli istituti e della ricerca nostrana, sia in campo giornalistico che – auspicabilmente – museale (cioè in luoghi a un minimo di distanza dalla produione della conoscenza e dalla politica della ricerca).. In assenza di questa componente “critica” – come in qualunque campo dell’attività umana (e penso specialmente all’ambito artistico) – le PR diventano dominanti e distorcono l’informazione finale, rendendo tutto una melassa indistinguibile di successi irresistibili ed eccellenze indifferenziate.
    La “terzietà”, in un mondo ideale, la dovrebbe offrire il comunicatore scientifico, giornalista o meno, il cui compito più “alto” sarebbe quello di integrare il pensiero e le novità scientifiche nell’alveo della cultura generale. Discernendo, confrontando, inquadrando negli scenari globali e nell’evoluzione storica: altro che mero ruolo di “traduzione” da linguaggio specialistico a quello comune!

    Il tema (del riconoscimento) della professionalità del comunicatore, che è qui emerso con insistenza, è un tassello fondamentale in questo puzzle, un passo avanti indispensabile sulla strada della credibilità dell’intero settore scientifico. Ma è anche un punto di attrito con la comunità scientifica attiva, che dovrebbe deporre l’orgoglio in eccesso ed accettare di essere discussa e giudicata da una platea più vasta di quella degli addetti ai lavori. Non era poi questo il sogno e il manifesto della “scienza democratica”?

  15. Posso solo dire con sollievo che ho trovato qualcuno che sa realmente di cosa sta parlando! Lei sicuramente sa come portare un problema alla luce e renderlo importante. Altre persone hanno bisogno di leggere questo e capire questo lato della storia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...