Un Nobel per 2000 (anzi molti di più)

È finalmente arrivato il Nobel per il bosone di Higgs e il premio è andato a Peter Higgs e François Englert, cioè ai due teorici che per primi ne ipotizzarono l’esistenza circa cinquant’anni fa. Fin qui tutto secondo le previsioni e la vicenda potrebbe mediaticamente concludersi con gli ultimi titoli sulle prime pagine dei giornali. Ma in realtà sembra che qualcosa in noi umani si rifiuti di accettare la realizzazione di ciò che è atteso, probabile e ovvio. Così, all’affievolirsi dei rumori di festeggiamento, è emerso un sostenuto brusio di curiosità e a volte di disappunto perché molti si aspettavano che in qualche modo sarebbe stata premiata anche la ricerca sperimentale svolta al Cern.

Ma il Nobel avrebbe davvero potuto o dovuto essere assegnato diversamente?

La risposta è: dipende.

Intanto chiariamo subito che sarebbe stato davvero impossibile premiare una o due singole persone fra quelle che hanno lavorato al Cern e dunque materialmente “trovato” il bosone di Higgs. I due esperimenti Atlas e CMS, grazie ai quali è stata catturata la particella, hanno coinvolto migliaia di persone. Certo il fatidico 4 luglio 2012 nel quale fu annunciata la scoperta parlarono solo i due fisici che avevano coordinato i loro colleghi, cioè l’italiana Fabiola Gianotti e l’americano Joe Incandela, ma si esprimevano a nome di tutti e presentavano i dati raccolti grazie allo sforzo della loro intera comunità scientifica. Nel caso della Gianotti le speranze di chi la voleva a Stoccolma erano alimentate dalla sua straordinaria personalità e dal fatto che era stata alla guida di Atlas per tutto il tempo della caccia al bosone (mentre Incandela era appena succeduto all’italiano Guido Tonelli). E in più Fabiola Gianotti ha dimostrato negli anni di avere una statura straordinaria diventando un simbolo della ricerca scientifica. Nel suo ruolo di responsabile dell’esperimento Atlas è riuscita nell’incredibile compito di coordinare circa tremila fisici da tutto il mondo garantendo che i lavori procedessero sempre in maniera fluida e senza intoppi. Ha fatto le cose talmente bene che la sua autorità non è mai stata messa in discussione né si sono mai sollevate critiche contro di lei da parte dei suoi collaboratori. Per chi conosce l’ambiente dei fisici, e il loro essere spesso riottosi, si tratta di due autentici miracoli. Se per il Nobel occorresse la dimostrazione di aver compiuto atti sovrannaturali come per la santità, a Fabiola Gianotti sarebbe stato dato d’ufficio. Ma il Nobel richiede altri requisiti.

È evidente che coloro che hanno guidato Atlas e CMS hanno avuto un ruolo importante nella scoperta del bosone, ma altrettanto essenziale è stato il compito di chi ha concepito gli esperimenti, di chi ha trovato le geniali soluzioni tecnologiche per farli funzionare, di chi ne ha guidato la costruzione. A conti fatti si tratta di almeno una ventina di persone, a voler restringere il campo. E le regole del Nobel impongono che i co-premiati possano essere al massimo tre.

Ma c’era un’altra alternativa alla copia “Higgs –  Englert”, molto più percorribile.

Nei giorni immediatamente precedenti all’assegnazione del premio aveva cominciato insistentemente a girare la voce che esso sarebbe stato assegnato ai due teorici e al Cern nel suo insieme. In effetti sembra che il comitato del Nobel abbia seriamente preso in considerazione questa possibilità, stando a quanto dice un membro stesso della Reale Accademia delle Scienze Svedese . Tuttavia essa avrebbe rappresentato un grosso strappo rispetto alla storia del riconoscimento che finora è stato assegnato solo a persone, mai a istituzioni (è avvenuto che fossero premiate delle istituzioni solo nel caso del Premio Nobel per la Pace che però segue procedure diverse). Il cambiamento di rotta sarebbe stato teoricamente possibile e con esso l’Accademia svedese avrebbe preso atto del fatto che la scienza è ormai il risultato di uno sforzo collettivo di molte persone, se non moltissime. Il Cern è il simbolo della scienza globalizzata e offriva l’occasione ideale per rompere con la tradizione del passato, ma così non è stato.

Non c’è dubbio che la scienza è diversa da com’era ai tempi in cui Alfred Nobel inventò il suo riconoscimento e probabilmente oggi è necessario stabilire cosa si premia con il Nobel: se la scoperta più importante fatta da uno scienziato o la scoperta più importante e basta. Le due soluzioni sono entrambe legittime ma per ora a Stoccolma sembrano optare per la prima, e personalmente sono d’accordo con loro. La grandissima forza del Premio Nobel a mio avviso sta nel creare degli eroi: punta il riflettore su degli scienziati assorti nei loro studi e li trasforma in icone, facendo sognare il grande pubblico. Insomma crea dei modelli positivi come la Montalcini, Dulbecco e Higgs che servono da ispirazione per le generazioni successive anche per la particolare vicenda umana di ciascuno. Sarebbe diverso se a essere premiata fosse una istituzione, farebbe battere meno il cuore. 

Dove è Voyager?

Dove è finito Voyager 1? Pochi giorni fa un po’ in sordina è uscita la notizia che la mitica sonda potrebbe aver lasciato il Sistema Solare. Anche se l’annuncio è molto controverso, e la NASA non è d’accordo, mi è sembrata una possibile novità troppo emozionante per non dedicarle almeno un post.

Voyager 1 è una sonda lanciata dalla NASA il 5 settembre del 1977 con lo scopo di esplorare il Sistema Solare e oltre. Per più di 35 anni insomma la sonda ha viaggiato, percorrendo quasi 20 miliardi di chilometri, lasciandosi alle spalle un pianeta che cambia. Già questo mi sembra qualcosa di estremamente romantico. Ma ancora più romantico è il fatto che a bordo di Voyager ci sia un disco d’oro, voluto dall’astrofisico Carl Sagan. Lo scienziato lo concepì nella convinzione che fosse utile corredare la sonda di una sorta di carta d’identità della Terra, qualcosa che potesse raccontare ad eventuali extraterrestri chi siamo. E quali informazioni vennero incise su questo disco? molte. Fra di esse immagini di vita quotidiana, addirittura quelle di un supermercato, oltre che immagini di natura e animali. E poi qualcosa che parlava delle nostre scoperte scientifiche: la doppia elica del DNA, l’immagine di un microscopio, immagini dal nostro Sistema Solare. E 90 minuti di musica. Quale musica? La lista è lunga, e mancano delle pietre miliari. Avrebbero dovuto esserci i Beatles, ma c’è una leggenda che dice che i loro agenti non riuscirono a definire i diritti d’autore. Ci sono brani di Bach, Mozart, Beethoven, ma anche Chuck Berry, un brano Soul, musica dei nativi americani Navajo, musica indiana, giapponese, cinese, africana … L’obiettivo naturalmente era quello di dare agli eventuali extraterrestri una immagine del nostro pianeta e dei suoi abitanti quanto più equilibrata e senza tempo possibile. Ovviamente non ci si riuscì, e a bordo del Voyager si trova ormai il ritratto di un pianeta e di una umanità che personalmente a me suscitano soprattutto tenerezza e nostalgia, e chissà che effetto potranno mai fare ad ET.

Ma torniamo alla domanda iniziale: dove è Voyager in questo momento? difficile dirlo, per il semplice fatto che nessuno ha definito con precisione dove finisce il Sistema Solare. La notizia però è che a rivista Geophysical Review Letters ha appena accettato uno studio di due ricercatori americani i quali affermano che la sonda sarebbe finalmente entrata nello spazio interstellare lo scorso 25 agosto. A partire da quella data infatti gli strumenti a bordo avrebbero registrato un brusco cambiamento nei raggi cosmici con cui viene in contatto, cioè nel flusso di particelle che pervade tutto l’universo ma che ha caratteristiche diverse da un punto all’altro. La NASA però è di tutt’altro avviso: l’agenzia americana infatti sostiene in un comunicato che si potrà affermare che Voyager è uscito dal Sistema Solare solo quando gli strumenti registreranno una inversione del campo magnetico, cosa che per ora non si è ancora verificata. Avanti Voyager, la strada non è ancora finita.

Quando brucia la Città dei sogni

È tanto che manco da questo blog. Più volte negli ultimi mesi mi sono ripromessa di scrivere un post ma i ritmi di lavoro non mi lasciavano pace. Oggi ricomincio con una notizia che non avrei mai voluto dare e che non si può non commentare.

Ieri notte, a Bagnoli, è andato a fuoco un sogno. Un sogno tenace, ostinato, creativo, innovativo, a volte inquieto, ma sempre bellissimo. È bruciata Città della Scienza di Napoli.

Difficile spiegare davvero la sua magia a chi non la ha mai vista. Io ci sono stata molte volte. Di solito prendevo il treno da Roma e scendevo a Campi Flegrei. Poi un breve tragitto in taxi, giusto il tempo per toccare con mano il degrado che si può raggiungere nel nostro Paese. Strade dissestate, edifici tirati su senza grazia né regole e spesso, qua e là, enormi mucchi di spazzatura abbandonata. Poi l’arrivo a Città della Scienza: un sogno nato dal cuore e dalla mente del fisico Vittorio Silvestrini e delle centinaia di persone che vi hanno lavorato a partire dalla fine degli anni ottanta. Entrando nelle “mura” di Città della Scienza si rimaneva subito incantati dall’eleganza dei vecchi edifici industriali di Bagnoli splendidamente ristrutturati per ospitare gli spazi espositivi. E lasciavano senza fiato le gigantesche vetrate dietro alle quali luccicava il mare di Napoli. Un gioiello incastonato nella desolazione, come per altri versi sono gli scavi di Ercolano che si trovano poco distante.

Città della Scienza è e resta nonostante tutto la prova di quello che è possibile fare in Italia. Ho letto sui giornali che era stata costruita su modello de La Villette, a Parigi. Non è vero. Città della Scienza aveva scopi analoghi a quelli de La Villette, ma non modelli: era una struttura originale con un ruolo unico. Non a caso l’avevamo scelta alcuni anni fa come luogo da cui fondare MASAD, una associazione che si propone di incoraggiare il dialogo su temi scientifici fra le due sponde del Mediterraneo, nella convinzione che la scienza è un linguaggio di pace su cui tutti possono confrontarsi, al di là di religioni e ideologie. Al momento della fondazione di MASAD, Città della Scienza aveva già una forte tradizione come creatrice di dialogo. Fra l’altro aveva avuto un ruolo cruciale in una mostra sulla matematica creata in collaborazione fra israeliani e palestinesi. Milioni di visitatori hanno conosciuto la scienza nella sue sale, facendo funzionare strumenti meccanici, giocando con i fluidi o con l’ottica. Le mostre temporanee hanno reso accessibile la ricerca di frontiera, nelle sale per le conferenze si sono succeduti scienziati di primissimo piano. E poi qui sono nati innumerevoli progetti, collaborazioni internazionali, discussioni fra esperti di tutto il mondo sul ruolo della scienza nella società.

Naturalmente, non mancavano le ombre. Come molte istituzioni culturali del nostro sfortunatissimo Paese, anche Città della Scienza funzionava (bene) grazie allo sforzo eroico di chi la mandava avanti: un “esercito di gatti”, anche questo un fenomeno tipicamente italiano. Cioè persone intellettualmente autonome, poco inclini a considerare il lavoro come routine, neppure se si svolge dietro un scrivania sistemata in un ufficio.  Persone preparatissime e motivate, ognuna di grande creatività che davano tutto il possibile, senza avere in cambio neppure la certezza di uno stipendio.

L’emergenza era quotidiana. La Villette, il “modello” come hanno detto i giornali, riceve ogni anno un centinaio di milioni di euro di finanziamento. Il Deutsches Museum di Monaco (un altro “modello”) oltre ad analoghi finanziamenti ha recentemente ricevuto un “extra” di 400 milioni di euro per rinnovarsi. Il direttore della struttura tedesca mi spiegò a suo tempo che in tempi di crisi in Germania si era deciso di risparmiare su tutto tranne che sulla cultura, perché solo la cultura (sia classica che scientifica, se questa divisione ha mai avuto un senso) può consentire di uscire dall’emergenza.. Invece a Napoli, come in altri analoghi musei d’Italia, si lottava e si lotta ogni giorno per cifre centinaia di volte inferiori. Nel nostro Paese, abbiamo una capacità straordinaria di fare le nozze con i fichi secchi.

Non tutto però è andato bruciato ieri notte. Il patrimonio più prezioso di Città della Scienza non è infiammabile e ancora una volta consiste nelle capacità professionali che sono state formate in questi anni. Persone che possono ricostruire ciò che è andato perduto. Perché, come ci insegnano le foreste più antiche, un incendio è anche una opportunità di rinascita. Bisogna però che questa volta i fondi arrivino, e adeguati.

Le urne ci hanno recentemente detto che almeno un quarto di italiani crede ancora una volta in un sogno: quello della democrazia dal basso. Un sogno al quale per ora sembra mancare la concretezza che è essenziale per “fare”. Il problema è che come si è sentito spesso ripetere negli incontri a Città della Scienza, essere cittadini responsabili e in grado di prendere decisioni è faticoso. Per riuscirci bisogna essere informati e conoscere. Per questo negli anni a Bagnoli si erano tenuti innumerevoli dibattiti su temi spinosi come bioetica, staminali, sperimentazione animale, cambiamenti climatici. Mai con lo scopo di convincere, ma sempre con quello di confrontarsi. È qualcosa che non possiamo permetterci di lasciare andare in fumo.

Lettera di Bertolucci, Gianotti e Tonelli sui tagli all’INFN

Pubblico per intero la lettera per media sui tagli all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) inviata da Sergio Bertolucci, direttore della ricerca del Cern, Fabiola Gianotti, responsabile dell’esperimento Atlas, e Guido Tonelli, già  responsabile dell’esperimento Cms (Atlas e Cms sono i due esperimenti che hanno consentito di scoprire la nuova particella che sembra proprio essere il bosone di Higgs)

Abbiamo appreso con sconcerto e profonda preoccupazione che il decreto associato alla cosiddetta “spending review” prevede un taglio al finanziamento dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare del 3.8% nel 2012 e del 10% nel 2013 e nel 2014.

A complemento dei tagli nei fondi, si prescrive anche la riduzione del 10% del personale tecnico e amministrativo, evidentemente considerato una zavorra improduttiva e non una componente fondamentale della ricerca.

Se questi tagli fossero confermati, l’INFN sarebbe messo nell’impossibilità di proseguire efficacemente le sue attività e di onorare i suoi impegni nazionali ed internazionali: più che il rischio, ci sarebbe la certezza di una rapida e irrimediabile perdita delle posizioni di eccellenza costruite in quasi sessant’anni di storia , e tuttora validamente presidiate, malgrado la costante erosione dei finanziamenti negli ultimi quindici anni.

Non è una questione di destra o di sinistra: l’atteggiamento verso la ricerca è uno dei pochi ambiti in cui la politica italiana esprime un approccio pienamente bipartisan. Di segno sbagliato, purtroppo.

Quest’ultima decisione è poi particolarmente irricevibile sia nel metodo che nel merito.

Sul metodo è sufficiente sottolineare l’assoluta mancanza di una qualunque interazione tra il Governo e la dirigenza dell’Istituto, segno, come minimo, di una preoccupante leggerezza nel valutare le conseguenze strategiche dei tagli, se non addirittura  di un’incapacità preconcetta a riconoscere l’eccellenza nel caso essa si manifesti  in un ente pubblico.

Entrando poi nel merito, non si capisce perché l’INFN debba essere l’istituto di gran lunga più penalizzato in termini assoluti e tra i più tartassati in termini relativi: il rilevante contributo dell’INFN alla storica scoperta annunciata recentemente al CERN, autorevolmente riconosciuto dal Presidente della Repubblica in una lettera pubblicata sul sito del  Quirinale, o il lusinghiero giudizio della commissione del MIUR per l’assegnazione della parte premiale del fondo di finanziamento ordinario, inspiegabilmente sembrano generare effetti di segno contrario.

Queste misure vanno poi ad aggravare una situazione già di per se critica, frutto di provvedimenti che negli ultimi anni, oltre che la compressione dei bilanci, hanno via via imposto la riduzione della pianta organica, il blocco delle carriere, il congelamento dei salari.

Con queste ultimi provvedimenti l’INFN verrebbe di fatto riportato alla situazione in cui si trovava nei primi anni ’80, con buona pace dei blabla (anche questi bipartisan) sull’importanza strategica della ricerca e dell’innovazione per la crescita del nostro paese.

Infine non può sfuggire il messaggio devastante trasmesso ai nostri giovani (e bravi!) ricercatori: in pratica un invito ad andarsene da questo Paese e, in un perverso effetto domino, un brutale scoraggiamento delle vocazioni scientifiche per gli studenti delle scuole superiori.

Il rischio di creare un danno irreversibile è dunque altissimo.

Ci auguriamo che il Governo e/o il Parlamento sappiano correggere rapidamente questa scelta miope e pericolosa.

Da parte nostra non assisteremo in silenzio all’ennesima dilapidazione di un altro pezzo  del futuro di questo Paese.

Sergio Bertolucci – Direttore della Ricerca, Cern

Fabiola Gianotti   – Responsabile Esperimento ATLAS

Guido Tonelli        – già Responsabile Esperimento CMS

Vedi il bosone e poi muori

Ora lo so quanto dura la sbornia da Higgs: tre giorni. E per qualcuno può essere mortale. Sono passati esattamente tre giorni tra l’annuncio della scoperta al Cern (che era valso al direttore della ricerca del Cern Sergio Bertolucci le congratulazioni di Giorgio Napolitano) e l’annuncio dei tagli imposti dalla spending review, così pesanti da mettere a rischio la sopravvivenza dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), l’ente che ha un ruolo fondamentale nella ricerca al Cern. Ne ho scritto su La Stampa intervistando prima Nadia Pastrone, dell’INFN di Torino (l’articolo si trova qui, grazie alla ribattuta del preziosissimo blog Io Non Faccio Niente) e poi Luciano Maiani, che propone alcune alternative.

Sbronza da Higgs

Sono astemia, ma credo di avere tutti i sintomi del dopo una ubriacatura. Non mi emoziono facilmente per un evento scientifico, noi giornalisti abbiamo il privilegio di arrivare al momento migliore, quando il ricercatore ha qualcosa di interessante in mano. Per lui magari è il culmine di una carriera, per noi una delle tante belle notizie da raccontare ai lettori. Ma ieri, alla fine del seminario dove è stata presentata la scoperta di una nuova particella che sembra proprio essere il bosone di Higgs,  quando tutti si sono alzati in piedi per un lunghissimo applauso, anch’io ho faticato a non commuovermi. E poi, ho avuto una enorme soddisfazione personale: assieme a Olivier Dessinbourg della rivista svizzera Le Temps, sono stata l’unica a ottenere una intervista da Peter Higgs, pubblicata su La Stampa. E una esclusiva così no che non mi capita tutti i giorni.

Di fuori copione, questa volta non mi resta molto. Ho scritto un numero ormai imprecisato di articoli, esplorando previsioni, annuncio e scoperta. Sto cercando di metterli sulla pagina “notizie” e sulla pagina “radio” di questo blog (nel caso qualcuno fosse interessato). Mi restano però alcune impressioni, che non ho ancora raccontato.

La prima, riguarda il lato emotivo e mediatico dell’annuncio. Questa è il primo grande annuncio scientifico dell’epoca 2.0.. Altrove lo ho paragonato alla conferenza stampa con la quale nel 2000 venne comunicata la fine del sequenziamento del genoma umano. Infatti come quello storico evento anche questo, a mio avviso, più che chiudere una strada ne apre un’altra. Ma da altri punti di vista, il paragone non regge. Nel 2000 le televisioni di tutto il mondo trasmisero una comunicazione diretta al pubblico, mentre la parte tecnica si era svolta in seno alla comunità dei ricercatori. Ieri invece è stata la vicenda scientifica ad essere sotto gli occhi di tutti. In ogni angolo del pianeta, i fisici erano connessi via web e sempre via web comunicavano fra di loro tempo reale. Sembrava quasi di sentire pulsare la Rete. E connessi non c’erano solo i fisici, ma anche giornalisti e tramite loro un pubblico smisurato. Non appena gli accordi con l’Ufficio Stampa del Cern lo hanno permesso, al termine dell’intervento del primo oratore del seminario, gli articoli hanno cominciato a spuntare in rete come funghi. Prima e dopo, è stato tutto un frenetico aggiornare il profilo di Facebook e twittare: “Inizia il saluto del direttore generale”, “Anche a Melbourne hanno il fiato sospeso”, “CMS ha un picco a 125,3”, “Ci siamo”. E questo in tutte le lingue del mondo. Mai un evento scientifico era stato così corale. Le notizie dal mondo della ricerca hanno dimostrato una incredibile capacità di creare aggregazione. Forse solo i grandi eventi di politica e di sport hanno un potere analogo, o no?

C’è un altro punto che voglio toccare, ma prima consentitemi un piccolo intermezzo da salotto. Avete visto chi c’era nell’auditorium principale del Cern, quello dove si è tenuta la presentazione? Le prime file erano state risercate per i vip: i grandi padri della fisica, i dirigenti del Cern attuali e passati (almeno quelli che hanno avuto un ruolo importante nella costruzione di LHC), le persone più in vista degli esperimenti. E poi, più indietro, l’aula era gremita di giovanissimi. Molti erano “summer students”, ragazzi non ancora laureati capitati al Cern per uno stage estivo. La selezione era stata fatta in base al prestigio per le prime file, e alla forza fisica e all’entusiasmo per le altre. Per accedere a quei posti infatti i “fortunati” comuni mortali si erano messi in fila dalla sera prima, come per un concerto rock. Molti di loro non hanno ancora gli strumenti culturali per comprendere davvero ciò che è stato detto nel seminario, ma hanno voluto esserci. Non so se sia solo un effetto dell’entusiasmo o anche un po’ del voler poter dire “io c’ero”. Il risultato è stato che i fisici, la vera forza lavoro dietro l’annuncio della scoperta del bosone di Higgs e allo studio delle sue implicazioni, il seminario se lo sono dovuto seguire dagli schermi piazzati in varie aule. Non so se sia stato un bene o un male, dico solo che è stato così.

Torniamo a cose più sostanziose. La mia percezione è che dopo l’annuncio di ieri i fisici siano divisi in due “partiti”. Da un lato i fisici sperimentali che sprizzano entusiasmo ma che insistono: ci vogliono ancora nuovi dati per stabilire se la particella appena scoperta è proprio il bosone di Higgs. E dall’altro i fisici teorici, che in fondo già a dicembre erano certi che il bosone di Higgs fosse stato scoperto e che a maggior ragione lo sono ora, ma che appaiono decisamente meno euforici. Il fatto è che questa particella è dannatamente prevedibile, anzi, per essere più precisi, è dannatamente simile a come era stata prevista. E questo, dal punto di vista di un teorico, non apre nuovi orizzonti. Non resta che aspettare di conoscere meglio la nuova arrivata e sperare che prima o poi sappia sorprendere.

Nel frattempo, secondo voi, quando passano i sintomi di una sbornia da Higgs?

P.S.: Ieri dopo il seminario l’auditorium del Cern è rimasto aperto per tutto il giorno. Molti passavano,e scattavano una foto alla sala. Era vuota, c’erano solo due signori che per molte ore si sono dedicati a riparare dei sedili. Mi sono parsi l’emblema della felicità della giornata, come se la struttura avesse vacillato sotto i salti di gioia dei fisici.

Uffici stampa: i problemi sotto lo scandalo

Negli ultimi giorni nella nostra comunità di giornalisti scientifici c’è stata una bollente discussione sulla comunicazione istituzionale: quella comunicazione scientifica che viene condotta da grandi enti di ricerca (INGV, CNR, INFN, eccetera). Lo spunto è stato ovviamente la vicenda che ha riguardato l’Ufficio Stampa dell’INGV, sulla quale non vorrei ritornare ma che ha portato alla ribalta molte questioni che non toccano solo le modalità di arruolamento di chi fa comunicazione.

La comunicazione istituzionale ha un ruolo cruciale e delicato e ci sono aspetti critici sia nell’uso che i media fanno delle sue informazioni, sia nel modo in cui vengono prodotte.

Cominciamo dai problemi che riguardano i media.

La definizione dello scopo di un Ufficio Stampa potrebbe essere argomento di un altro post, e quindi qui la faccio breve e adotto una visione ipersemplificata e molto parziale, secondo la quale compito degli Uffici Stampa è aiutare i giornalisti a fare al meglio il loro lavoro, fornendo informazioni corrette (tramite comunicati ma non solo) e mettendoli all’occorrenza in contatto con gli scienziati.

Negli ultimi anni, gli Uffici Stampa si sono visti aprire orizzonti e possibilità inaspettate. La crisi infatti ha indotto le redazioni di tutto il mondo a risparmiare il più possibile: ci sono sempre meno giornalisti scientifici assunti dedicati alla scienza e sempre più free lance mal pagati che non possono permettersi di condurre una inchiesta seria. Se un articolo viene compensato con una manciata di euro o di dollari, per riuscire a sopravvivere bisogna sfornarne a macchinetta, dedicando a ciascuno solo il minimo tempo necessario. Per questo capita sempre più spesso di leggere pezzi che sono parafrasi di comunicati stampa. Dal punto di vista delle istituzioni scientifiche più abili questo fatto rappresenta una opportunità straordinaria per far passare la loro comunicazione. È il caso di quella macchina da guerra che è la AAAS (American Association for the Advancement of Science): si deve molto alla sua attività se i media di tutto il mondo tendono a dare alla scienza americana una visibilità che spesso non corrisponde al suo peso.

Tutto ciò preoccupa molto noi giornalisti scientifici e dal punto di vista del lettore è un disastro, perché lo priva di quell’informazione oggettiva che solo giornalisti indipendenti possono produrre. Anche nella scienza esistono controversie e aspetti delicati (ad esempio la questione della SuperB, di cui mi sono occupata nel post precedente) e limitarsi a riprendere le notizie ufficiali è un po’ come affidare la pagina di critica cinematografica alle grandi case produttrici. Fino a poco tempo fa, ero convinta che una soluzione del problema fosse in siti tipo spot.us. Si tratta sostanzialmente di siti nei quali è possibile proporre una inchiesta specificando i costi per svolgerla: i lettori eventualmente interessati possono contribuire con un piccolo o piccolissimo versamento, e se si raggiunge la cifra necessaria il giornalista fa l’inchiesta. Dicevo che fino a poco tempo fa mi sembrava una eccellente soluzione: così il giornalista deve rendere conto solo ai suoi lettori e la qualità dell’informazione dovrebbe essere garantita. La recente esperienza a proposito del mio articolo sulla sperimentazione animale mi ha però mostrato il problema insito in questo meccanismo, mettendo in evidenza come per gruppi organizzati (i Partiti Animalisti ad esempio) e lobby varie sarebbe fin troppo facile indire una colletta, con il risultato che ancora una volta lettori inconsapevoli si troverebbero a leggere informazioni di parte senza saperlo (lo so, probabilmente ho dato una idea a qualcuno). Insomma, temo che la debole garanzia offerta da una testata che deve e vuole tutelare la propria credibilità sia ancora insostituibile .

Fine della discussione dei problemi dei media verso gli uffici stampa. Parliamo ora del problema degli uffici comunicazione verso il pubblico.

Ci sarebbe molto da dire, ma c’è un aspetto su cui mi voglio concentrare. Intanto specifico che qui parlo di uffici comunicazione, cioè quelle strutture che oltre a svolgere un ruolo di ufficio stampa fanno anche altro, tipo curare le pubblicazioni divulgative verso il grande pubblico, organizzare mostre, partecipare a festival della scienza eccetera. Ad esempio per l’INFN io avevo a suo tempo messo su proprio un ufficio comunicazione, e non solo un ufficio stampa.

Queste attività generali sono ovviamente condotte con denaro pubblico, e sono potenzialmente molto importanti. Hanno però a mio avviso un problema: la parola finale sulla loro approvazione  e finanziamento viene spesso detta da scienziati; e quello che piace a uno scienziato, non sempre viene gradito dal grande pubblico. Avrei moltissimi esempi di costosissimi fallimenti (non solo in Italia, tutto ciò che dico in questo post vale abbastanza per tutto il mondo), ma evito di sparare sulla Croce Rossa. La scarsa capacità di molti scienziati di valutare la qualità della comunicazione ha anche a che fare con come le persone vengono scelte per farla, spesso seguendo criteri poco chiari e selezioni traballanti, sottovalutando ampiamente l’importanza del campo. In questo senso il caso dell’INGV non è poi tanto anomalo e non si sarebbe posto se ci fossero state procedure più normali di assunzione (mi stupisce molto che il dibattito di questi giorni si sia morbosamente concentrato sugli aspetti scollacciati senza porsi questo problema di fondo). Il fatto che la comunicazione istituzionale sia poco efficiente, è fonte di un spreco incredibile, non solo di soldi ma soprattutto di opportunità. Lo spreco era molto visibile soprattutto qualche anno fa, quando la crisi aveva già costretto al risparmio strutture indipendenti come i musei della scienza, mentre gli enti potevano ancora permettersi investimenti notevoli. Ora anche gli enti hanno molto stretto i cordoni della borsa, ma il problema in parte permane. La soluzione non è facile. Personalmente già quando ero all’INFN mi ero posta questo problema, proponendo che gli enti di ricerca adottino per le loro attività di divulgazione procedure di peer review serie, analoghe a quelle in uso per le ricerche scientifiche. Sulla questione con il collega Sergio Pistoi avevamo anche scritto un articolo sulla rivista Analysis . Non ripeto qui i punti espressi nell’articolo. Con la comunità internazionale di comunicatori  raccolta sotto Interactions si era provato a realizzare una valutazione con esiti disastrosi purtroppo. Per ora mi fermo qui, ma se il tema interessa ci torno volentieri.

P.S.: Lo so, in questi giorni la notizia bollente è l’imminente annuncio riguardo alla ricerca del bosone di Higgs al Cern, ed è di quello che dovrei parlare … appena riesco a ritagliarmi un altro momento lo farò.